C’è stato un tempo, non moltissimi anni fa, in cui i popoli della Terra si dividevano in “sviluppati” e “sottosviluppati”. Con l’emergere del “politicamente corretto”, che non è poi un fenomeno così nuovo, si cominciò a parlare di “Paesi sviluppati” e “Paesi in via di sviluppo”. Meglio parlare di Paesi e non di popoli, e comunque “sottosviluppati” non è bello. Ad un certo punto, forse anche in conseguenza delle teorie di Aurelio Peccei e del “Club di Roma” che stavano diffondendosi sulla necessità di una “crescita zero”, si pensò bene di fare a meno del concetto di “sviluppo”, e gli Stati vennero divisi in “normali” e “Terzo Mondo”. Se c’era un “terzo” mondo (a cui venne poi aggiunto un “quarto”), a rigor di logica dovevano esserci anche un “primo” e un “secondo” mondo, ma in realtà nessuno ha mai saputo dire con precisione quali Stati dovessero confluire nel “primo” e quali nel “secondo”. Peccei è morto nel 1984 e il Club di Roma, anche se ancora vivo, non è per nulla vegeto: alzi la mano chi ne ha sentito parlare. I tempi dunque sono tornati maturi per ricominciare a parlare sviluppo. Nel frattempo però sono venuti fuori gli “ecologisti”: brava gente, ma grandi rompiscatole. E allora, quando si parla di sviluppo, è assolutamente necessario che si aggiunga l’aggettivo “sostenibile”. Cosa esattamente significhi e come si possa rendere sostenibile lo sviluppo nessuno lo sa, ma d’altra parte nessuna parola o frase usata in politica significa qualcosa. Anzi, è fondamentale che le parole e le frasi usate in politica siano involucri vuoti. In realtà, comunque, qualsiasi sviluppo è sostenibile quando a svilupparsi sono in pochi e lo sviluppo ha un punto d’arrivo preciso e non troppo lontano. Quando a volersi sviluppare sono otto miliardi di cavallette umane e quando lo sviluppo è sempre un passo più in là, per sostenere lo sviluppo ci vorrebbe un pianeta grande come Giove, e a un certo punto anche quello non basterebbe più.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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