Da un po’ di tempo a questa parte, basta che ti distrai un attimo e qualcuno tira fuori locuzioni mai sentite prima. “Autarchia elettiva”, ad esempio. L’hanno confezionata per l’Ungheria di Orban ma, siccome gli è piaciuta, l’utilizzano anche per la Russia di Putin e la Russia Bianca di Lukašėnka. Poi, giusto per non sembrare troppo parziali, l’hanno affibbiata anche alla Turchia di Erdoğan. Sì ma, gratta gratta, si scopre che, escluse solo le democrazie dirette di qualche villaggio svizzero, “autarchia elettiva” è un sinonimo di “democrazia”, o per essere più precisi, di “democrazia indiretta”, quella in cui il “potere del popolo” non è amministrato dal popolo, ma da suoi rappresentanti “eletti”. In altre parole, “autarchie elettive” sono tutti gli Stati dell’Occidente. Una volta eletti, gli organismi di queste “democrazie” fanno il bello e il cattivo tempo a loro esclusivo piacimento, senza che le opposizioni possano fare altro che recitare senza conseguenze la loro parte nella sceneggiata. Quello che è successo in Europa e negli Stati Uniti in questi tre anni di pandemia ha fatto venire a galla in modo del tutto evidente quanto era già possibile notare da diversi anni, bastava un minimo di attenzione. Non averlo visto in questa occasione e continuare a non vederlo o è sciocco o è ipocrita.
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