“È necessario vaccinare chi è guarito dal covid (o rivaccinare chi era stato vaccinato) se i suoi livelli anticorpali si sono abbassati”. Nossignori. Nient’affatto.

Primo. Partiamo da un concetto generale. È sempre lecito e anzi necessario mettere in discussione le idee ricevute, ma per farlo è necessario supportare le nuove teorie con studi e ricerche almeno dello stesso peso di quelle che avevano supportato le vecchie teorie.

Secondo. Nel caso dell’immunologia, l’idea ricevuta è che esiste una “memoria immunitaria” che consiste nel “ricordare” gli antigeni con cui si è venuti in contatto una prima volta anche dopo che i relativi livelli anticorpali sono scesi al minimo, e che grazie a questa “memoria immunitaria” siamo in grado di risintetizzare i relativi anticorpi più prontamente ed efficacemente in occasione di un successivo incontro, senza che ci sia bisogno di mantenere livelli anticorpali alti per un tempo indefinito.

Terzo. Coloro che negano che questo accada con la COVID-19 non hanno pubblicato studi e ricerche che dimostrino la loro nuova teoria. D’altra parte non potevano farlo, dato che per stabilire “quanto tempo” dura l’immunità ad una malattia è necessario “far passare il tempo”. Era infatti risaputo che i livelli di anticorpi diminuiscono nel giro di tempi anche brevi, e questo non era necessario dimostrarlo un’altra volta; mentre era risaputo che livelli anche bassi di anticorpi non corrispondono necessariamente a una perdita di immunità nei confronti della malattia. Per dimostrare che, diversamente da quanto accade per la maggior parte delle altre malattie infettive, i bassi livelli di anticorpi non risalgono e non danno immunità in caso di un nuovo contatto con il virus della COVID-19 era ed è necessario verificare come si comportano quei livelli anticorpali in seguito a nuovi contatti col virus a distanze di tempo variabili da qualche mese a diversi anni. E questo non c’è stato ancora il tempo di farlo.

Quarto. Tutto quanto fin qui detto vale nel caso di malattie provocate da virus stabili, che si ripresentano identici col passare degli anni, e contro i quali quindi valgono sempre gli stessi anticorpi prodotti in occasione della prima infezione. Se però un virus è soggetto a significative mutazioni, come è il caso dei Coronavirus, ogni nuova mutazione è come se fosse (anzi, “è”) un nuovo e diverso virus. In questo caso è ovvio che gli anticorpi prodotti contro il virus originale, alti o bassi che si mantengano nel nostro organismo, non saranno efficaci contro il virus mutato. Pretendere che lo siano è come pretendere che gli anticorpi naturalmente o artificialmente prodotti contro il morbillo funzionino anche contro la poliomelite. Se, nel caso dei Coronavirus, una successiva infezione con un virus mutato dà origine ad una malattia meno grave della prima, di norma non è per un’immunità “crociata” fra il virus mutato e il virus originale (in questo caso, se fosse, si rileverebbe un aumento di anticorpi), ma perché come regola di selezione naturale, se le mutazioni dovute a “salto di specie” possono essere anche molto letali per i nuovi ospiti, le mutazioni all’interno della stessa specie di ospiti devono necessariamente essere sempre meno letali, pena l’estinzione del virus.

Quinto. Proporre vaccinazioni o rivaccinazioni in soggetti che hanno livelli anticorpali anche ridottisi col tempo, ma che li hanno, è pertanto ingiustificato e, se la malattia non ha una letalità elevatissima, comporta un rapporto rischi/benefici inaccettabile. Se poi si tratta di una malattia che ha perso importanza a causa di una cospicua tendenza del virus a mutare, si aggiunge il rischio di iniettare un preparato che conserva i rischi ma ha perso totalmente qualsiasi possibile, teorico beneficio: una pratica che configura gli estremi del tentato omicidio per il personale che la effettua, e di tentato genocidio per le autorità che la promuovono. 

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