Io starei molto attento a fare una crociata contro la Russia dicendo che l’attacco all’Ucraina è il primo passo di un attacco della Russia a “tutto l’Occidente” e alla “democrazia”. È passato troppo poco tempo dalla crociata contro la Germania che ha innescato la Seconda Guerra Mondiale, e la gente potrebbe cominciare a fare parallelismi che diventerebbero alquanto imbarazzanti.
La Russia ha invaso l’Ucraina con motivazioni in gran parte pretestuose, ma non del tutto, più o meno come aveva fatto la Germania invadendo la Polonia. Gli aiuti all’Ucraina stanno prolungando una guerra e moltiplicando distruzioni e vittime, col rischio che il conflitto si estenda come nel 1939, e tutto per impedire che alcune regioni dell’Ucraina passino alla Russia e per far sì che passino, se non sotto il dominio, certamente nella sfera d’influenza degli Stati Uniti. L’intervento di Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti a sostegno della Polonia ha permesso nel 1939 di evitare che la Polonia finisse sotto la Germania di Hitler, ma non ha evitato che la Polonia finisse nella sfera d’influenza dell’Unione Sovietica di Stalin, e tutto questo al prezzo di immani distruzioni e sessanta e più milioni di morti.
Oggi si dice che gli interventi a favore dell’Ucraina e contro la Russia non servono solo a mantenere l’integrità territoriale dell’Ucraina, ma anche a difendere la democrazia occidentale, minacciata dalla Russia. È dal 1946 che la Seconda Guerra Mondiale viene giustificata perché sarebbe servita non solo a mantenere l’indipendenza della Polonia (obiettivo che, come appena sottolineato, non si può dire che sia stato raggiunto alla fine del conflitto), ma anche a difendere le democrazie occidentali minacciate dalla Germania. Bisognerebbe chiedere a quei sessanta e più milioni di morti se il loro sacrificio è stato un prezzo equo da pagare e se ne è valsa la pena.
Hitler allora, come Putin oggi, era salito al potere in seguito a elezioni democratiche, di cui saremmo liberissimi di contestare la regolarità se ne avessimo le prove. In ogni caso, definire “democrazie” i sistemi politici in atto in Europa e negli Stati Uniti alla fine degli anni Trenta del Novecento (e anche oggi) è fin troppo generoso.
La Gran Bretagna era un regno con un parlamento bicamerale in cui la camera alta era costituita da membri del clero e della nobiltà (e oggi le cose non sono cambiate di molto). Le condizioni del popolo non erano più quelle descritte a inizio secolo da Jack London nel suo “Il Popolo dell’Abisso”, ma la Gran Bretagna era pur sempre un’aristocrazia più che una democrazia, basata su uno sfacciato sfruttamento delle classi inferiori e delle colonie; una nazione che meno di vent’anni prima aveva cercato di soffocare nel sangue la richiesta di indipendenza dell’Irlanda.
La Francia, nata da una rivoluzione di ghigliottinari, perennemente in guerra con la Germania, incerta fra l’impero e la repubblica e malata di grandeur, aveva abolito la schiavitù e introdotto il suffragio maschile meno di un secolo prima (per il suffragio universale, maschile e femminile, bisognerà attendere il 1946); nonostante e forse a causa del breve periodo in cui Léon Blum fu primo ministro, non si era ancora liberata dall’antisemitismo che trent’anni prima aveva portato all’“affaire Dreyfuss”; e sfruttava senza ritegno colonie e immigrati.
Gli Stati Uniti, “modello di democrazia”, erano e sono una repubblica federale presidenziale (la Russia è semipresidenziale) e hanno introdotto un vero e proprio suffragio universale solo tra il 1966 e il 2006. A parte ogni considerazione sull’enorme potere concesso al Presidente, nel 1939 negli Stati Uniti persisteva ancora la segregazione razziale (sarebbe stata eliminata giuridicamente solo nel 1966) e le forti diseguaglianze che vi esistono oggi in base al censo erano già ampiamente presenti, con la formazione di una vera e propria aristocrazia censuaria e l’inizio dello strapotere dei grandi gruppi economici in grado di condizionare e soffocare qualsiasi democrazia.
Queste dunque erano le “democrazie” la cui difesa (ammesso e non concesso che una difesa sarebbe stata necessaria) è costata oltre sessanta milioni di morti. D’altra parte l’ipotesi che Hitler non si sarebbe fermato ad alcuni Stati dell’Europa Centrale e avrebbe proseguito occupando tutta l’Europa, l’America e magari anche le Isole Andamane, intrigante quanto si vuole, resta solo un’ipotesi, buona solo per chi cerca di scrollarsi di dosso la responsabilità della più grande ecatombe della storia dell’uomo sulla Terra.
Certo, esiste anche il problema della shoah. Oggi siamo abituati ad attribuire il genocidio degli Ebrei interamente e unicamente all’antisemitismo nazionalsocialista (basato sulle tesi di Houston Stewart Chamberlain, un inglese!), ma dimentichiamo che fino all’inizio della Seconda Guerra Mondiale la discriminazione contro gli Ebrei, odiosa quanto si vuole, aveva come obiettivo quello di indurli a lasciare la Germania e di confiscarne i beni, e non ancora la “soluzione finale”. Per il momento, indottrinati dall’interpretazione ufficiale della storia, non ci sfiora nemmeno lontanamente il dubbio che, se non fosse stata messa all’angolo dalle “democrazie occidentali”, la Germania non sarebbe arrivata a tanto, e forse avrebbe anche rinunciato col tempo a una discriminazione autolesionista. Prima o poi anche un ritardato come Hitler avrebbe capito che impossessarsi dei beni dei suoi concittadini ebrei ricchi era come ammazzare la gallina dalla uova d’oro, e perdere quei cittadini voleva dire rimanere con un popolo biondo e con gli occhi azzurri ma buono per poco d’altro che scolarsi birra. Una politica idiota come quella della “soluzione finale” si comprende solo in un quadro di totale agitazione psichica in chi, sconcertato da difficoltà impreviste, non sa più che pesci pigliare. Ormai non possiamo più dimostrarlo, ma è estremamente probabile che, se non si fosse sentito addosso il fiato delle “democrazie occidentali” più fameliche di lui, l’imbianchino di Braunau am Inn e i suoi consiglieri avrebbe agito in modo più razionale.
E, da ultimo, due parole sulle sanzioni. Quelle deliberate l’11 ottobre 1935 dalla Società delle Nazioni contro l’Italia che aveva invaso l’avanzatissima e democraticissima Etiopia non ebbero alcun effetto se non quello di allontanare l’Italia dalle “democrazie occidentali” e preparare la strada per l’avvicinamento dell’Italia alla Germania. Nella Società delle Nazioni a volere le sanzioni contro l’Italia furono, con grande spregio della coerenza, le potenze coloniali, e questo fa il paio con le nazioni democratiche e pacifiste che hanno decretato le sanzioni contro la Russia. Sul pacifismo basterebbe ricordare il putiferio scatenato dalla Gran Bretagna giusto trent’anni fa, nel 1982, per non dare le Falkland/Malvine all’Argentina. Più di novecento morti e quasi duemila feriti per mantenere il possesso di isole poste a ottocento chilomeri dalla costa argentina e a oltre dodicimila chilometri dalla Gran Bretagna! Questo spiega la simpatia della Gran Bretagna per l’Ucraina che vuol tenersi zone al confine con la Russia abitate in buona parte da russofoni, ma non è certo un punto a favore del pacifismo britannico. Pacifista non può essere definita poi nemmeno la Francia, con tutte le guerre combattute negli ultimi settant’anni in Africa e in Asia. Per quanto riguarda gli Stati Uniti infine, è meglio stendere un velo pietoso. “Ha fatto più battaglie la tua sottana che tutta la marina americana”, cantava Nanni Sampa in “Porta Romana”: la verità è esattamente il contrario. Ma poi, come si fa a definire “democratici” Paesi in cui, come in Italia, i candidati tra i quali gli elettori possono fare la loro scelta sono indicati dalle segreterie di partito, e in cui i partiti possono presentare le liste solo se firmate da alcune migliaia di cittadini? Cosa cambia rispetto ai Paesi a partito unico? E ancora, come si fa a definire “democratici” Paesi in cui il potere effettivo è detenuto dalle grandi famiglie, dalle banche, dai gruppi finanziari, dalla grande industria, e dalle società multinazionali? Sono queste le “democrazie” che dovremmo difendere da un’eventuale aggressione russa?
Finora, cullata dalla sicurezza delle idee ricevute, la
gente non si è fatta queste domande, ma se gli scappati di casa che
improvvidamente gestiscono il potere in Europa e negli Stati Uniti
persisteranno nei loro errori, i parallelismi prima o poi verranno fuori e la
gente di farà le domande che è meglio non si faccia. E questo significherebbe
il crollo di un bel castello di carte, con conseguenze a cui è meglio non
pensare. In conclusione, raccomando ai nostri governanti di fare
molta attenzione, perché l’avventura della partecipazione, sia pure per
procura, al conflitto russo-ucraino, se anche non portasse ad una terza guerra
mondiale, potrebbe comunque aprire un vaso di Pandora di parallelismi, dubbi, e
revisioni in merito alla Seconda. E sarebbe meglio che non succedesse...
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