Comincio a trovare stucchevole la ripetizione ossessiva, quasi come se servisse a coprire reconditi dubbi, di chi è l’aggressore e di chi è l’aggredito in una nota guerra in corso. Se vedete un bambino aggredire un altro bambino per imposssessarsi della palla che quest’ultimo tiene in mano, voi siete certi di sapere chi è l’aggressore. Ma vi siete chiesti di chi era la palla, che cos’era successo prima? O anche, se avevate visto il primo bambino chiedere la palla al secondo con le buone maniere e poi minacciarlo, perché non siete intervenuti per dirimere la questione, magari anche quando uno dei due ve lo aveva chiesto? Se adesso quei due bambini si ammazzano di botte, vi basta dire chi è l’aggressore e aiutare l’aggredito per placare così la vostra coscienza? Begli ipocriti che siete!
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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