Premesso che, per rispetto verso chi ha fatto fatica ad apprederle, cerco sempre di scrivere secondo le regole ufficiali della lingua italiana, devo dire che provo un certo fastidio quando qualche maestrino o maestrina si arma di matita blu per stigmatizzare gli errori di chi scrive sui "social" (e già scrivere "social" sarebbe secondo alcuni un errore, perché come neologismo è accettato in quanto aggettivo e non sostantivo!). La nostra è, come tutte, una lingua in evoluzione, e l'evoluzione è affidata a chi la parla e la scrive, non ai teorici con cattedra all'università o rubrica in un settimanale, e men che meno agli accademici della Crusca. Faccio qualche esempio a caso. "Hanno" si scrive con l'acca per distinguerlo da "anno". Bravi, e quando, invece di scrivere, parlate, come fate la distinzione? "Ah, ma l'acca di 'hanno' ha una spiegazione etimologica, perché in latino si diceva 'habent'...". E allora scrivete anche "habbiamo" e "havete", saputelli dei miei stivali! Tra l'altro, se il vostro amore per la lingua italiana vi avesse (o "havesse"?) fatto leggere testi di qualche secolo fa, avreste (o "havreste"?) scoperto che anche autori di un certo rilievo scrivevano appunto "habbiamo" e "havete". Tra l'altro vi informo che durante il ventennio fascista, cioè proprio nel periodo in cui sarebbe stato politicamente corretto guardare ai tempi dei "fatali colli di Roma", "ho", "hai", "ha" e "hanno" si scrivevano rispettvamente "ò", "ài", "à" e "ànno". Quindi, latinisti della domenica, trovate qualche altra giustificazione diversa da quella etimologica per quello sciocco vezzo dell'acca futtuante nel verbo avere (o "havere"?). Qualcosa del genere vale per "cielo", dove la "i" dovrebbe servire a non confonderlo con "celo" ("nascondo"). Mi dicono che dalle parti di Napoli la gente pronuncia davvero "ci-elo", ma nella pronuncia standard non c'è differenza. E allora perchè questa pedanteria? Forse perché chi sa leggere è più cretino di chi sa solo ascoltare, e quindi è più soggetto a fare confusione? E non dìtemi che si tratta anche qui di etimologia. In latino si diceva "caelum", e la "i" proprio non c'è né graficamente, né se lo pronunciate correttamente come si scrive, né se lo pronunciate scolasticamente come "celum". Siete degli imbecilli, punto e basta. Terzo e (per non esagerare) ultimo esempio, ancora la "i" in vocaboli come "scienza", "sufficienza", e simili. Per convenzione (una convenzione un po’ stupida, tra l’altro), la “i” serve a rendere dolce il suono della “c” davanti alle vocali “a”, “o”, e “u”, che altrimenti sarebbe duro; e serve a trasformare in “fricativa postalveolare sorda” il gruppo “sc” negli stessi casi. Ma davanti a “e”, che minchia ce la mettete a fare? Come pronuncereste “scenza” o “sufficenza”? “Skenza” o “suffikenza”? No? E allora? Ah, perché anche qui tirate fuori dal cilindro la motivazione dell’etimologia... Dal latino “scio” e “-ficio”, dite? Però, come scrivete “conoscenza”? Senza la “i” perché questa parola viene invece da “cognosco”? Oh, quanto siete bravi in latino! E fate bene a farlo sapere! Però allora, se proprio ci tenete al latino, ripristinatene lo studio nelle scuole, invece di intontire le nuove generazioni con regole piazzate lì, “mentula canis” (sì, questo è latino, ma il latino che conta davvero).
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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