Nel 1965, per il cinquantenario dell’inizio della Grande Guerra, l’Associazione del Nastro Azzurro di Como, che riuniva i reduci, invitò alcuni studenti delle scuole superiori della provincia a un pellegrinaggio nei luoghi delle principali battaglie. Io ero tra quegli studenti. Un giorno ci portarono davanti ad una anonima collinetta e ci spiegarono che era stata un importante punto strategico per la cui conquista un alto ufficiale di cui non ricordo il nome aveva ordinato, ondata su ondata, il sacrificio di oltre un migliaio di soldati. Io, che fino a quel momento ero stato un convinto militarista, sentii come un pugno allo stomaco e un senso di nausea che passò solo quando fu sostituito da un’ira sorda. Avrei voluto che quell’ufficiale fosse ancora vivo per poterlo avere nelle mie mani e strozzarlo senza pietà. Oggi vedo un despota che, in maglietta verde militare anche se non si sa se abbia mai fatto il soldato, da sette mesi accetta e provoca immani distruzioni nel suo Paese e manda al macello migliaia di quei giovani di cui dovrebbe essere come un padre, e tutto questo per lo sfizio di continuare a dettar legge e riscuotere le imposte in un territorio che, vasto e ricco quanto si vuole, non vale una singola vita umana. La questione per me infatti non è chi sia l'aggressore e chi sia l'aggredito, né quali siano i motivi del contendere. La questione è quante vite umane valga un pezzo di terra. Nausea e ira sono le stesse che provai quel lontano giorno di cinquantasette anni fa.  

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