Quando nel 1977, deluso da università e ospedale e reduce dall’esperienza di medicina “pratica” che mi aveva offerto il servizio militare nel Friuli devastato dal terremoto, accettai un posto di medico condotto, mi trovai un po’ spiazzato. Compiti e doveri che erano sembrati ben poca cosa nell’emergenza causata da una calamità naturale diventavano un pesante fardello ora che a richiederli erano famigliole tranquille in condizioni di normali routine. Ma nessuno mi aveva obbligato a quella scelta, e così feci buon viso a cattiva sorte. Gli orari d’ambulatorio dovevano essere adeguati al prevedibile numero di visite da effettuare e se, al termine dell’orario fissato e affisso fuori dalla porta, c’era ancora gente in sala d’attesa, si doveva andare avanti. Poi magari qualcuno, sgattaiolando in sala d’attesa anche dopo l’orario, quando qualcuno apriva la porta per uscire, pretendeva ugualmente di essere visitato, non c’erano santi. Non visitarlo sarebbe stata “omissione di soccorso” anche se il motivo era un dolore articolare in un vecchio artrosico. E c’erano poi le visite a domicilio, la mia bestia nera. Nel Friuli terremotato avevo spesso rischiato letteralmente la vita per andare a vedere qualche malato con la jeep che non teneva la strada sul fondo ghiacciato delle mulattiere di montagna e una volta mi ero quasi fratturato una gamba saltando giù da un elicottero che non poteva posarsi su un pendio innevato. Ma quei malati erano malati davvero, gente messa male, abbandonata anche dai loro medici fuggiti alle prime scosse in località più sicure. Qui adesso invece mi chiamavano a casa anche per misurare la pressione a gente cui avrebbe fatto bene alla salute fare quattro passi. “Qui c’è una persona che sta male”. “Che cos’ha?”. “E come faccio a dirglielo? Il medico è lei, non sono io. Deve venire a vederla”. E poi, nove volte su dieci, era il ragazzetto influenzato o la testa di càvolo che la sera prima aveva bevuto come una spugna e mangiato come un maiale. Oltre a tutto, anche i pazienti più ragionevoli, quelli che sarebbero stati a letto con una tisana e una boule di acqua calda senza chiamarmi, erano obbligati a chiedermi la visita perché avevano bisogno dei “giorni”, cioè del certificato di malattia per il datore di lavoro, e rilasciare un certificato senza avere davanti il paziente era un reato da codice penale. Non si trattava solo di perdere la convenzione con la mutua o con il Servizio Sanitario Nazionale, ma di finire in tribunale e magari in galera. Ecco, contro questo stato di cose ho sempre combattuto a viso aperto. Qualche mio collega, per non perdere pazienti e anzi guadagnarne di nuovi, non diceva nulla. Tutt’al più, quando gli riusciva, staccava il telefono, non si faceva trovare, o se aveva la necessaria faccia tosta, faceva capire che avrebbe gradito un obolo. In ogni caso la regola era che le richieste di visite domiciliari “pervenute entro le ore 10” dovevano essere fatte entro la giornata, e quelle “pervenute dopo le ore 10” dovevano essere fatte entro la giornata oppure entro il mattino seguente. Prendere o lasciare. Ti va? Bene! Non ti va? Cambi mestiere! Tra l’altro, anche se sottolineavo ai miei pazienti che le visite domiciliari erano per norma contrattuale riservate a quelli che “non erano trasportabili”, le facevo lo stesso tutte. Non potevo sbuffare senza sentirmi in colpa, dato che avevo poco più di mille e cinquecento pazienti, avevo un’automobile, e le strade mi portavano fin sotto casa di quasi tutti i miei pazienti, anche di quelli che abitavano “su per i bricchi” (cioè nelle frazioni a mezza montagna); mentre i “vecchi medici”, quelli che c’erano stati lì prima di me, avevano tremila o più pazienti e, se pure avevano la macchina, ai loro tempi le strade erano molto meno percorribili, e ciò nonostante (almeno così mi veniva detto) non si limitavano a fare le visite, ma si fermavano anche a casa dei pazienti per uno spuntino.
Tutto questo è continuato fino a poco prima dell’arrivo della COVID-19. Già qualche anno prima infatti i medici di base, probabilmente invidiosi dei medici specialisti che visitavano su appuntamento, avevano deciso di costituire “studi associati” e di visitare in ambulatorio su appuntamento anche loro. Non so come siano riusciti a conciliare questo con il contratto di lavoro che prevedeva tutt’altro, ma probabilmente avevano ottenuto che il Servizio Sanitario Nazionale chiudesse un occhio (anzi, tutt’e due, ed entrambe le orecchie, come le scimmiette famose) in cambio della rinuncia ad una paga decente che fosse allineata a quella di altri Paesi europei. Ma il colpo di grazia è arrivato appunto con l’emergenza covid. Con la scusa del rischio di contagio (ma se avevi paura dei contagi, non dovevi fare il medico, gioia mia...), sono state praticamente eliminate le visite a domicilio, mentre le visite in ambulatorio sono state rese così difficili da prenotare che anche loro in pratica sono diventate eventi rari. A parte le solite lodevoli eccezioni dietro alle quali si nasconde la maggioranza lavativa, oggi le “visite” si svolgono per telefono o whatsapp. D’accordo, forse questo si giustifica come la risposta compensatoria a quella che era stata una spudorata medicalizzazione di ogni atto di vita privata o sociale. Se una volta si ricorreva al medico solo quando si era moribondi, e quello non andava bene, ad un certo punto la popolazione è stata convinta a ricorrere al medico anche quando colava il naso o i peli dell’ano sembravano troppi. Ma a un eccesso non si può rispondere con l’eccesso opposto, pena la perdita di rilevanza. Ed è appunto quello che sta accadendo alla medicina di base. Sta dimostrando a sè stessa e alla società di essere inutile.
Commenti
Posta un commento