Continuo a leggere le esternazioni di medici che si attribuiscono il merito di aver “curato” con le “cure domiciliari” centinaia di “malati di covid in tutta Italia” abbandonati dai loro medici di base. Uno dei tanti riferiva ad esempio di aver ricevuto “il giorno di Natale e a Capodanno 2021 60 telefonate e 60 messaggi”...

Vorrei allora spiegare che quando facevo il medico di base erano tempi in cui le “visite” dovevano essere fatte di persona, col paziente davanti, senza eccezioni di sorta. “Visitare” un paziente per telefono era considerata una grave infrazione al codice deontologico. Se il paziente poteva venire in ambulatorio, bene; altrimenti si doveva andare a visitarlo a casa. Quanto poi alle ricette, c’era di mezzo anche il Codice Penale. Referti, cerificati e ricette sottintendevano la presenza del paziente, e quindi rilasciare documenti che, direttamente o indirettamente, attestavano “anche” la sua presenza davanti al medico quando tale presenza non c’era costituiva un falso in atto pubblico. Anche se molti di noi “rischiavano” spesso, compilando e rilasciando ricette per terapie continuative non al paziente in persona, ma a suoi famigliari o vicini di casa incaricati del ritiro, persino questa prassi era ufficialmente vietata dall’Ordine e dalle Mutue (e poi dalle USL/ASL). Si rischiavano sospensioni e perdita della Convenzione. L’obbligo di rilasciare ricette per terapie continuative senza la presenza del paziente era evidentemente un’esagerazione, ed io stesso ho scritto lettere e articoli contro quella assurdità. Quello che speravo però era solo che venissero cancellate le norme assurde, non che venisse sovvertita completamente la pratica della medicina, come invece purtroppo è accaduto dal 2020.

“Cure domiciliari” fa intendere che il medico “curi” davvero il paziente e che lo “curi” presso il “domicilio” del paziente stesso, invece che in ambulatorio o in ospedale. Ma nell’accezione comune, “cura” ha anche una connotazione che implica impegno, premura, solerzia, magari anche una certa “fatica”. Insomma implica una “presenza”. Insomma, io avrò forse la mente deformata da obblighi esagerati e ormai cancellati, ma non ci posso fare niente se contrabbandare una telefonata come “cura” mi sembra un inganno. Ma c’è anche dell’altro. “Tachipirina e vigile attesa” non era sbagliato in sè. Era sbagliato perché è stato presentato come “protocollo”. Ecco, il grosso guaio della medicina, preesistente al covid in quanto databile fin dagli anni Novanta circa, è stata proprio la moda dei “protocolli”. Presentati come garanzia per il paziente, in quanto diffusi dai più accreditati “centri di eccellenza”, non tengono conto del fatto che anche gli studi effettuati dai più acclamati centri di ricerca sono soggetti a clamorose smentite (cosa di cui forse non si sono ancora accorti i medici da troppo poco tempo nella professione), e che quindi anche le terapie suggerite dai “protocolli” hanno una discreta probabilità di far del male al paziente. In realtà infatti la popolarità dei “protocolli” tra i medici è dovuta semplicemente al fatto che rappresentano uno scudo contro eventuali processi per danni subiti dal paziente. “Ho fatto come viene suggerito dalle massime autorità in materia! Non vorrete processare anche loro!”. E allora torniamo alla “Tachipirina e vigile attesa”. Se costituisce un “protocollo” da applicare alla cieca a tutti i pazienti con sintomi suggestivi per covid, è uno sproposito degno di idioti che hanno preso la laurea in medicina coi punti dei preservativi. Ma ci possono essere benissimo casi in cui qualche compressa di paracetamolo e un po’ di santa pazienza potevano e possono essere la soluzione. Dipende dal singolo caso, e dipende dalla professionalità del medico. Sostenere che il paracetamolo riduce i livelli di glutatione e “quindi” favorisce il virus è  roba che può essere condonata solo a chi ha orecchiato lo sproloquio di quache farmacista senza capire un gran che. Ma torniamo ai protocolli. Se “Tachipirina e vigile attesa” è un “protocollo”, lo sono anche gli schemi di terapia diffusi tramite Internet da autoproclamatisi “esperti” di covid, di farmacologia clinica e di terapia medica, fatti propri e pedissequamente applicati dai “medici delle  terapie domiciliari”. Non è deontologicamente accettabile applicare quei “protocolli” a pazienti sentiti e “visitati” per telefono, whatsapp o email, alcuni magari mai visti perché abitanti chissà dove. Un simile comportamento non si discosta di un millimetro da quello di chi ha cercato di convincere i medici a “curare” con Tachipirina e vigile attesa. È lo stesso, preciso, identico errore metodologico, deontologicamente censurabile. Come è censurabile millantare la propria abnegazione affermando di essere stati a disposizione di centinaia o addirittura migliaia di pazienti. Nei due anni di pandemia ho avuto sì e no una decina di richieste di visite da parte di miei ex pazienti che temevano di avere il covid e che non riuscivano a farsi visitare dai loro attuali medici di base (visite che naturalmente ho effettuato “di persona”). Come sia stato possibile per alcuni “colleghi” visitare, sia pure per telefono o whatsapp, centinaia o migliaia di pazienti è qualcosa che non riesco a immaginare. E neppure riesco a immaginare come dei “medici” possano abdicare alle loro responsabilità professionali, mettendo da parte il loro raziocinio per limitarsi ad applicare “protocolli” che qualsiasi software da pochi euro è in grado di applicare meglio di loro.

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