Quando ero un bambino (più di sessant'anni fa, è vero) se il vigile ci sorprendeva sulla biciclettina nei viali dei giardini pubblici erano guai. Oggi adulti palestrati sfrecciano con le loro bici da corsa o anche con bici elettriche sui marciapiedi e nessuno dice niente. Quando devono attraversare una strada usano i passaggi pedonali senza minimamente sognarsi di scendere dalla bici (ovviamente!). E la tolleranza delle "autorità" preposte è arrivata fino alla sfacciataggine di istituire percorsi "ciclo-pedonali", istituzionalizzando quindi la commistione in spregio del pericolo. O tempora, o mores!
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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