È forse da sempre che la politica è l’arte di ingannare il popolo, ed è forse da sempre che il popolo non se ne accorge. Di solito i politici cercano di farlo di nascosto, ma a volte hanno la sfacciataggine di prendersi gioco del popolo apertamente. Un famoso esempio è stato il conio della frase “convergenze parallele”, e un altro è stato l’introduzione di concetti come “centro-sinistra” o “centro-destra”, meno spudoratamente audaci di “destra-sinistra” ma altrettanto ossimorici. Tra gli esempi più recenti c’è la politica dello “sviluppo sostenibile”. Che fino a un certo punto lo sviluppo possa rimanere “sostenibile” è pacifico, ma se non si specifica qual’è quel “certo punto”, la presa in giro è assicurata.
Il pianeta che abitiamo ha una superficie totale di 510 milioni di chilometri quadrati, mari e oceani compresi. Le terre emerse coprono 149 milioni di kmq. Con una popolazione di 7,96 miliardi di persone, questo vuol dire che ciascun terrestre ha ha disposizione circa 0,019 chilometri quadrati, cioè 1,9 ettari. Si calcola che per poter mangiare, una persona dipende mediamente da circa 0,47 ettari di terreno coltivabile. Non tutte le terre emerse però sono abitabili, e ancor meno sono quelle coltivabili. Per il momento a livello planetario ce la caviamo perché quella media è mantenuta bassa da qualche miliardo di persone che sopravvivono con una dieta che farebbe scendere in piazza inferocite le popolazione del mondo “sviluppato”. In Italia la superficie utilizzabile a fini agricoli è di 16,7 milioni di ettari per una popolazione regolare di 59 milioni, che corrispondono a 0,28 ettari a persona, e quindi siamo già sotto il minimo necessario. Se riusciamo a mangiare (e ad abbuffarci da gente viziata come siamo!) è perché importiamo gran parte del cibo che ci serve, sottraendolo appunto a chi riesce a sopravvivere con una ciotola di granaglie e due dita negli occhi. E questo discorso vale fin qui solo per l’alimentazione. Se lo estendiamo a tutti i beni e i servizi che consumiamo, dovrebbe risultare di tutta evidenza che riusciamo a cavarcela solo perché siamo in pochi a godere del nostro livello di vita. E allora che cosa vogliamo fare? Continuare a “svilupparci” a spese dei molti che sono obbligati a tirare la cinghia? O magari, generosamente, far “sviluppare” quei molti, così che possano consumare la stessa quantità di beni e servizi che consumiano noi? Prelevando da dove quei beni, alimentarie non, e quei servizi?
In conclusione, lo sviluppo è stato forse “sostenibile” fino a un centinaio di anni fa. Oggi parlare di “sviluppo sostenibile” è una presa in giro colossale. Di “sostenibile” c’è solo una decrescita demografica e una ridistribuzione di beni e servizi.
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