Certo che in una nazione in cui si dice che milioni di cittadini non hanno lavoro, sono in povertà assoluta, e "non arrivano a fine mese" (salvo poi essere ancora lì il mese dopo, ma questo è un altro discorso), è un po' irritante venire a sapere che sei milioni (secondo altre fonti, addirittura DODICI MILIONI) hanno abbastanza risorse per passare quattro giorni di inizio dicembre fuori casa. Un po' come dà un certo fastidio notare che dobbiamo crepare dal freddo per la crisi energetica provocata dalle sanzioni alla Russia, mentre questa nostra nazione laica, con il paradossale ma entusiastico supporto dell'ormai minoranza cristiana, spreca luminarie per festeggiare un evento in cui non crede e di cui ha sostanzialmente dimenticato il significato.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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