Il cordoglio per la morte di Davide Rebellin, investito da un camion mentre si stava allenando in bicicletta sulla Strada Regionale 11, non deve esimere da un commento su quel “si stava allenando”. Dall’inizio dell’anno sono morti sulle nostre strade centotrè ciclisti. Alcuni di loro stavano andando a scuola o al lavoro, ma la maggior parte si stava appunto “allenando”, alcuni in vista di gare, altri con intenti simili a quelli che frequentano le palestre. Il fatto però è che le strade non sono nè velodromi, nè palestre. Fino a una sessantina di anni fa erano utlizzate, almeno quelle cittadine, dai ragazzi addirittura come campi da calcio o piste da pattinaggio a rotelle. Se oggi non lo sono più è proprio perché il traffico dei veicoli a  motore le ha rese luoghi di pericolo. Non si capisce perché continuino ad essere usate dai ciclisti a scopo ludico o sportivo. Soprattutto però non si capisce perché il Codice della Strada e le Autorità preposte alla sicurezza permettano ancora tale uso. Se avessero un minimo di coscienza, gli estensori del Codice della Strada dovrebbero consentire il trasnsito sulle strade solo a biciclette con caratteristiche che ne scoraggino l’uso ludico o sportivo, e che siano dotate di luci di posizione e dispositivi luminosi accesi anche di giorno con un illuminamento pari a quello dei fari anabbaglianti di un’automobile. Certo che, finché a finire investito da un’automobile o un camion non sarà il figlio di qualche ministro, tutto questo ce lo possiamo solo sognare.

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