È da molto prima dell’emergenza covid che i responsabili del servizi di pronto soccorso ospedalieri lamentano un uso eccessivo e improprio del Pronto Soccorso da parte di pazienti che avrebbero dovuto piuttosto rivolgersi al proprio medico di base. E faccio notare che, prima di questa emergenza, i medici di base non potevano esimersi dal visitare in tempo reale in ambulatorio “tutti” i pazienti che vi si presentavano, e dal visitare a domicilio entro la giornata o al massimo entro il mattino seguente “tutti” i pazienti che affermavano di non poter uscire di casa. Non ottemperare a questo obbligo voleva dire essere segnalati all’Azienda Sanitaria e rischiare la perdita della convenzione, salvo addirittura essere denunciati per omissione di soccorso nel caso che il paziente avesse subito qualche pur opinabile danno. Se molti pazienti sceglievano di andare al Pronto Soccorso invece che ricorrere al loro medico di base era essenzialmente per una sfiducia nelle capacità diagnostiche del loro medico, una sfiducia non del tutto infondata se si considera che dai tempi del vecchio medico condotto la medicina è andata avanti parecchio, rendendo difficile o impossibile a un medico “a mani nude” competere con i colleghi che, lavorando in un Pronto Soccorso, possono contare sul supporto di un laboratorio e di una strumentazione elettromedicale sofisticati e costosi. Personalmente avevo più volte fatto presente che una corretta gestione della medicina “di primo accesso” non poteva non tenere conto di questi cambiamenti e che era necessario ripensare tutto il sistema, accettando l’indicazione che veniva così chiaramente espressa dall’utenza, invece di tentar di arginare l’afflusso al Pronto Soccorso con mezzucci dissuasivi come i ticket o i triages. In altre parole, a mio avviso sarebbe stato necessario spostare i medici di base dai loro studi privati ai servizi di pronto soccorso ospedalieri, in modo da potenziare questi ultimi, a tale scopo anche invertendo l’insensata tendenza,  che era stata iniziata qualche anno prima, di eliminare i piccoli ospedali.

Con l’emergenza covid la disponibilità e reperibilità dei medici di base si è quasi dissolta, con il beneplacito delle Aziende Sanitarie, della Magistratura, e degli Ordini (del resto, prevedibilmente, data la fifa blu nei confronti del covid di quegli stessi medici che ne componevano gli organi di controllo). Come spesso càpita, le cattive abitudini prese durante un’emergenza tendono a permanere e perpetuarsi anche dopo che l’emergenza è terminata, e così è stato per la medicina di base, ormai ridottasi (a parte poche lodevoli eccezioni) a consulti a distanza, per telefono, mail o whatsapp. In un Paese normale questi sviluppi costituirebbero la prova definitiva dell’inutilità e della morte della medicina di base così com’è attualmente strutturata, e quindi della necessità di eliminare un carrozzone mangiasoldi e di utilizzarne i “pezzi” per quel progetto della cui opportunità parlavo, e cioè per il rafforzamento dei servizi di pronto soccorso ospedalieri. Ma l’Italia non è un Paese normale, e allora ci si continua a lamentare perché troppi pazienti si riversano sugli striminziti servizi di pronto soccorso degli ospedali mandandoli in tilt. Ma, minchia e straminchia, se producete marmellata di cipolle e marmellata di albicocche e vedete che la gente vi compra quella di albicocche e snobba quella di cipolle, mi dite per quale motivo insistete a comprare tonnellate di cipolle, per giunta marce, e vi accontentate di comprare albicocche a pochi chili alla volta?

 

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