Lo sviluppo tecnologico ha portato con sè la nascita di un certo numero di psicosociopatie, tra cui ha acquistato ultimamente rilievo la “sindrome del cuoco in TV”, cioè quell’impulso a voler emulare il successo e la popolarità di quei soggetti che erudiscono il pubblico con i dettagli di come comportarsi in cucina. E, dato che il bisogno di cibo è più o meno sullo stesso livello del bisogno di salute, soprattutto poi quando è in corso una pandemia, quell’impulso non poteva non contagiare i medici, e in particolare quelli che avevano agganci negli studi televisivi. 

Chiarisco subito che non ho alcuna intenzione di atteggiarmi a imparziale vivisettore della psiche altrui. Anzi, se conosco questa sindrome  è perché ne ho sofferto anch’io. Però a me era successo tra i venticinque e i trent’anni, quando ero ancora fresco di laurea, privo di esperienza, acriticamente entusiasta di quello che avevo imparato, e desideroso di mettere tutti al corrente di quelle nozioni, che giudicavo indispensabili per vivere bene o addirittura per sopravvivere.

Però i miei colleghi che hanno imperversato dagli schermi televisivi (e che tuttora, anche se meno spesso, vi compaiono a erudire il popolo) non sono pischelli neolaureati, ma cinquanta-sessanta-settantenni a cui l’esperienza avrebbe dovuto insegnare qualcosa. D’altra parte è probabile che le loro esperienze siano essenzialmente letterarie, cioè limitate alla lettura di studi scientifici per lo più fatti da altri, senza un’attività clinica con pazienti in carne ed ossa e soprattutto senza nemmeno quell’esegesi delle “fonti” che, nel caso delle scienze sperimentali, implica come minimo la pignola e fiscale lettura di tutto un articolo, e non solo del riassunto o delle conclusioni.

È per questo che insisto a fare paralleli fra questi nostri tempi sciagurati e il Medio Evo. Non c’è differeza fra gli attuali “maestri di scienza” e quelli del Medio Evo, quando la “scienza” altro non era che la “lettura” di testi autorevoli e da non discutere, pena la scomunica, per diffonderne la conoscenza tra i discenti. Per chi fosse curioso di queste cose, l’odierno termine inglese di “lecturer” trae origine proprio dall’appellativo dei “lectores” che “ex cathedra” declamavano Aristotele, Ippocrate o Galeno leggendone gli scritti da testi all’epoca troppo rari e preziosi perché i loro allievi ne possedessero delle copie. I destinatari di quelle sciocchezze però erano solo piccoli gruppi di “clerici vagantes” che giravano l’Europa per nutrite lo spirito negli “studia” e lo stomaco e le parti basse nelle bettole. Gli attuali “scienziati” disseminano invece le loro belinate a milioni di telespettatori che le bevono come fresche aranciate in un’afosa giornata d’estate. Purtroppo però, oltre ad intortare il popolo dei telespettatori, questi odierni “scienziati della mutua” raccontano le loro scempiaggini anche ai loro commensali nel corso delle cene cui ministri, parlamentari, magistrati e dignitari di vario grado li invitano. È naturale quindi che quelle scempiaggini diventino leggi della scienza e leggi dello Stato, col risultato che gli “eretici” che non le condividono, chiusa ormai da anni la Santa Inquisizione, vengano condannati alla berlina dal tribunale dei media, quando addirittura non vengono privati dei loro diritti civili dal Governo e dal Parlamento. E tutto per colpa di una psicosociopatia che meriterebbe terapie non solo farmacologiche...  

Commenti

Post popolari in questo blog