Terminata (forse) la pandemia di COVID-19, i soliti virologi che ci hanno preso gusto a spaventare le vecchiette dagli schermi televisivi stanno tirando fuori l’influenza aviaria, con l’evidente intento di bissare i successi degli anni 2020, 2021 e 2022. Lascerei però quei luminari al loro destino e farei invece qualche riflessione sul concetto di medicina preventiva. Credo che ne sia giunto il momento.

Come tutte le discipline basate sul metodo scientifico, la medicina preventiva non può fornire certezze assolute e immutabili, ma è pur sempre una cosa abbastanza seria finchè il suo scopo è quello di fornire ai singoli individui consigli su come condurre una vita sana. Diventa però una minaccia anche grave per la democrazia (oltre che per i singoli individui) quando pretende di dare indicazioni ai gestori del potere sulle leggi e sui provvedimenti da adottare per preservare e promuovere la salute pubblica, proprio perché è una disciplina scientifica e quindi le sue tesi sono provvisorie: ipotesi valide fino ad una prova contraria che può arrivare in qualsiasi momento. Quand’anche la necessità fosse indiscutibile, invadere la sfera privata del singolo individuo e calpestare i suoi diritti in nome del “bene comune” già di per sè viola quel “contratto sociale” che può essere fondato solo su norme immutabili, fissate una volta per tutte, e non su deleghe all’autorità del momento di decidere quali diritti rispettare e quali no. Quando poi la sfera privata e i diritti del singolo individuo vengono calpestati per seguire le indicazioni di sciocchi pavoni che parlano di “medicina preventiva” trattando questa disciplina scientifica come se fosse una religione rivelata, la ferita arrecata alla democrazia diviene mortale. Ogni riferimento agli “scienziati” e ai politici della prima metà del Novecento e a quelli di questa prima metà del Duemila è puramente casuale... 

Tornando nello specifico della medicina preventiva applicata alle popolazioni, come e più delle altre branche della medicina questa disciplina perde concretezza se prescinde da considerazioni evoluzionistiche. La periodica comparsa di batteri e soprattutto virus particolarmente aggressivi è un fatto naturale, ed altrettanto naturale quindi è lo sviluppo di epidemie e pandemie anche molto gravi. Se a livello del singolo individuo ha senso cercare di prevenire la malattia e di curarla anche quando le probabilità di riuscirci sono minime, a livello di popolazioni è una battaglia donchisciottesca contro i mulini a vento. La vita sulla Terra è una continua guerra tra specie, e la nostra non è sopravvissuta grazie agli intrugli dell’industria farmaceutica, e men che meno grazie alle cervellotiche cavolate come quelle proposte dalle virostar della più recente pandemia. La sopravvivenza della nostra specie è dovuta alla selezione di individui più forti dei microrganismi che li attaccano. Se è nel destino biologico della nostra specie continuare a sopravvivere, sopravviveremo. In caso contrario, sia che adottiamo la tachipirina e vigile attesa, sia che ci imbottiamo di un antielmintico per cavalli o di antibiotici antibatterici per curarci da un virus, sia che giriamo con una mascherina e una spranga di un metro per tenere lontano gli untori ed eventualmente colpire chi si avvicina, la fine delle nostra specie è segnata. E non sarebbe poi una gran perdita per la vita su questo Pianeta.

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