Il n’était pas là, Joseph, ton grand-père, il était mobilisé, comme Autrischien, parce qu’à l’époque, nous étions autrichiens, tu sais, la Galicie, un jour, c’est autrichien, et puis après viennent les Russes, et puis les Polonais, et que sais-je encore...”.

Queste sono le parole che Rosa, scampata al campo di sterminio di Auschwitz, rivolge a suo figlio Joseph, il protagonista del romanzo vagamente autobiografico “Au nouveau chic ouvrier” di Guy Konopnicki (per chi non lo conosce, Guy Konopnicki è nato a Parigi nel 1948, ed è figlio di Raphaël Konopnicki, un partigiano ebreo nato a Kalisz, in Polonia, e di Rosa Hoffnung, nata a Gelsenkirchen, in Germania, partigiana anch’essa, decorata con la Croix du combattant volontaire 1939-1945).

Il libro vale la pena di essere letto per diversi motivi, ma è utile riflettere sulla frase riportata più sopra perché ci ricorda un dato di fatto storico: i confini fra Stati, che oggi vorremmo immutabili in eterno, sono stati fissati e cancellati, sono stati spostati avanti e indietro, e sono stati continuamente modificati. E quasi sempre per effetto di guerre vinte e perse.

Praticamente solo dal 1914 le guerre per i confini hanno cominciato a interessare anche Stati che con quei confini e con quelle contese non c’entravano per niente. E i risultati si sono visti. Non più qualche migliaio di soldati morti e qualche fienile distrutto, ma due guerre mondiali con decine di milioni di soldati e di civili morti, e distruzioni immani che hanno fatto la fortuna e la felicità di ripugnanti avvoltoi, ma la miseria e la disperazione di milioni di esseri umani. Certo, vergognandosi di ammettere inconfessabili interessi economici, da oltre un secolo ormai i belligeranti giustificano il loro interventismo con parole altisonanti, con la necessità di preservare libertà, democrazia, civiltà... I sacri confini della Patria, anche di Patrie altrui, vanno difesi a oltranza perché i confini segnati sull’Atlante scolastico di quest’anno non devono essere cambiati, pena dover comprare l’anno prossimo un Atlante nuovo. E se per preservare quei confini dobbiamo sacrificare vite umane (quelle degli altri, ovviamente), si dia inizio alla carneficina. In fondo, sentirci in guerra quando sono gli altri a combattere ci fa sentire eroi e antifascisti senza dover muovere un dito, e ci permetterà di raccontare ai nostri nipoti quello che i nostri nonni hanno raccontato a noi. Con qualche necessaria aggiunta, ovviamente, come ci insegna Snoopy, il bracchetto di Charles M. Schulz.

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