Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no?
Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui dover rinunciare. La preoccupazione principale, se mai, era il doversi procurare le divise da balilla e da piccola italiana, che il regime, meno generoso dell’attuale con i soldi dell’erario, non passava.
Ma torniamo alla libertà di esprimere le proprie opinioni. Non c’era. Nemmeno di facciata. La gente che mi ha raccontato di quel periodo non leggeva i giornali, ma sentiva dire da chi li leggeva che c’erano solo notizie di cronaca, la maggior parte sui mirabolanti risultati dell’agricoltura, dell’industria e dello sport italiani. Non tutti avevano la radio (e ad uso dei più giovani vorrei aggiungere che, strano a dirsi, nessuno aveva il televisore), ma anche per la radio le cose stavano allo stesso modo: notizie su quanto eravamo bravi noi (cioè gli italiani sotto il regime), con molta musica e qualche commedia. E non c’erano radio libere (sempre ad uso dei più giovani, ricordo che, a parte “Radio libera di Partinico” messa in onda nel 1970 da Danilo Dolci, e “Radio Biella” del 1972, trasmessa però via cavo, le prime radio libere in Italia sono state “Radio Parma” e “Radio Milano International” del 1975). Però, da quanto mi hanno detto, non è vero che la gente non criticasse il regime o avesse paura di farlo. Lo faceva in modo bonario, arguto, nel modo in cui probabilmente da sempre il popolo si prende gioco degli idioti che lo comandano. Certo, le critiche non trovavano spazio nei giornali e sulle onde della EIAR, ma come vanno le cose adesso? Alle critiche viene dato libero spazio, ma sui social, dove la gente si illude che il proprio post possa essere letto o il proprio video possa essere visto dalla nazione intera, quando in realtà viene letto o visto solo dai quattro gatti cui viene mostrato dall’algoritmo che governa il social. I media che hanno un pubblico nazionale danno spazio solo alle veline di regime, esattamente come novant’anni fa, e quando invitano voci del dissenso scelgono accuratamente quelle più stupide e demenziali, così che il dissenso si metta da solo in ridicolo. Come risultato, oggi la propaganda di regime si rivela più furba, subdola e raffinata di quella del rozzo Sottosegretariato di Stato per la stampa e la propaganda nato nel 1934 e trasformato nel Ministero per la cultura popolare (MinCulPop) nel 1937. Più furba, subdola e raffinata, e soprattutto più pericolosa... Cerchiamo di non farci illusioni. Il diritto di “manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” (articolo 21 della Costituzione) non tiene conto del fatto che il tipografo è libero di stampare quello che vuole, ma la sua carta stampata sarà buona solo per la toilette del suo gabinetto, se non ha i soldi per distribuirla. E di soldi per distribuirla ce ne vogliono parecchi. Di conseguenza il “libero tipografo” stamperà solo quanto gli arriva dal “libero editore” che ha accettato solo quello che gli ha sottoposto il “libero caporedattore” tra le cose che lui ha scelto negli scritti del “libero giornalista”. E se il “libero distributore” non si prende la briga di distribuire alle edicole quello che gli propone il “libero editore”, andranno tutti a casa a dilapidare i risparmi in attesa di trovare un lavoro come sguatteri. Lo stesso vale per la “libera” manifestazione del proprio pensiero “con ogni altro mezzo di diffusione”. Qualsiasi mezzo che sia in grado di raggiungere un numero significativo di persone richiede tali e tanti investimenti di capitali che o sei amico del Potere, o te ne puoi tranquillamente scordare. Non è più il tempo dei giornaletti ciclostilati fatti circolare, nascosti sotto il cappotto, fra rivoluzionari romantici. Oggi la controparte non è un manipolo di sprovveduti che si illude di tenere in pugno un’intera popolazione urlando slogan dagli altoparlanti negli stadi il sabato pomeriggio o millantando trasvolate atlantiche nei documentari “Luce” proiettati nei cinema fra il primo e il secondo tempo. Oggi, a meno di quarant’anni dal “1984”, davanti al libero pensatore c’è un Moloch capace di condizionare davvero l’intera popolazione con decine di reti televisive variamente tenute al guinzaglio, che intontiscono quella popolazione da megaschermi a colori a 43 o 55 pollici con programmi sapientemente confezionati allo scopo.
Ma, in fondo, “che lo dico a fare?”. I miei quattro amici mi daranno, bontà loro, ragione, ma tutti gi altri sessanta milioni di italiani non leggeranno mai queste mie esternazioni e, anche se le leggessero, penserebbero che sono scappato da qualche manicomio criminale. Hanno vinto loro. Punto.

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