Temo che uno dei problemi più grossi che abbiamo è la nostra illusione di esserci politicamente evoluti solo perché abbiamo cambiato il nome alle cose. Per secoli sono state al governo le oligarchie. Adesso le chiamiamo “democrazie”, ma in realtà chi ci governa sono alcune famiglie che muovono immense ricchezze, società multinazionali in grado di condizionare media, parlamenti e governi, e grigi burocrati di partito che, sulle indicazioni di quelle famiglie e quelle multinazionali, scelgono la rosa dei candidati tra i quali, e solo tra i quali, possiamo scegliere i nostri rappresentanti. Già questo basterebbe a squalificare le nostre “democrazie”, ma stiamo muovendoci velocemente addirittura verso il ritorno alla monarchia. E ad una monarchia che, con queste premesse, difficilmente può essere considerata “costituzionale”. Il Parlamento non è più, e forse non è nemmeno mai stato, il luogo in cui si discutono le leggi e l’indirizzo della politica. Quel luogo è ormai il Governo che, in quanto fatto di poche persone, è più manovrabile del pur manovrabile Parlamento. Ma alle oligarchie non basta ancora. La vogliono ancora più facile, e allora stanno convincendo i popoli che le vere democrazie non sono “parlamentari”, ma “presidenziali”, come quella dei democraticissimi Stati Uniti d’America. Peccato che gli Stati Uniti d’America hanno dato tutti quei poteri al Presidente solo perchè la loro Costituzione è stata scritta nel 1787, sotto l’influenza dell’unico modello che avevano: il Re d’Inghilterra. Non riuscivano a concepire che si potesse fare a meno di un re ma, non volendolo chiamare “re”, l’hanno chiamato “presidente”. Il concetto però era ed è tuttora lo stesso. Quello che succede quando un Paese è retto da un presidente-monarca dovremmo averlo visto tutti nella nostra vita e averlo letto nei libri di storia recente, ma niente, non riusciamo ad imparare.

E poi, collegata alla figura del presidente-monarca, c’è la vecchia idea che un Paese sia proprietà privata della famiglia reale. Fino a qualche secolo fa era vero, ed era quindi giusto che quando un re perdeva una guerra dovesse pagare pegno dando al re vincitore una parte dei suoi possedimenti. Chi viveva in quella parte, come pure in tutto il resto dei suoi possedienti, non contava, non aveva voce in capitolo, era “proprietà” del re esattamente come le terre, i fiumi, e le montagne del territorio che rimaneva a quel re o che veniva ceduto al vincitore. Come detto, sono un po’ di secoli che re, principi e monarchi vari non sono più i “proprietari” del territorio di un Paese, ma ciò  nonostante i coglioni che si sono succeduti ai vari tavoli delle conferenze di pace hanno continuato a trattare i territori degli Stati come se fossero i gioielli di famiglia, le case, o i depositi bancari del re (o “presidente”) sconfitto, spostando confini a tavolino senza chiedere il permesso alle popolazioni interessate. E con simili cretinerie hanno gettato ogni volta i semi per ulteriori nuove guerre. L’attuale conflitto fra Russia e Ucraina avrà certamente tutte le sotterranee motivazioni economiche che le guerre quasi sempre hanno, ma probabilmente non sarebbe potuto scoppiare se la comunità internazionale si fosse fatta carico di difendere non i “diritti” degli Stati nazionali, ma i diritti delle popolazioni che abitano un dato territorio, verificandone e certificandone desideri e aspirazioni. In termini forse più comprensibili per i fanatici nostrani degli Stati nazionali, la vogliamo capire o no che gli abitanti di Trepalle, nell’Alta Valtellina, non sono proprietà degli eredi repubblicani di Casa Savoia che vengono fatti sedere a Roma? Non si tratta di vieto “leghismo”, ma di semplice democrazia. Quella vera.

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