Vi racconto una storia, ma è solo per voi. Mi raccomando: non dite niente ai virologi, perché potrebbero rimanerci male.
Dunque, nel 1946 il governo britannico, preoccupato per la perdita di ore lavorative causata dal raffreddore, decise di istituire un gruppo di ricerca su questa malattia, allo scopo di capire da quali agenti infettivi era provocata, come si diffondeva, e quali mezzi si potevano impiegare per impedirne la diffusione e per curarla. Al gruppo, chiamato Common Cold Research Unit, venne assegnato un vecchio ospedale militare situato a Harnham Down, poco fuori Salisbury e la direzione venne affidata a sir Christopher Andrewes, il virologo che nel 1933, lavorando con il National Insitute for Medical Research, aveva scoperto il virus dell’influenza A e aperto così la strada allo sviluppo del vaccino anti-influenzale.
Parte delle attività della Common Cold Research Unit consisteva nel reclutare volontari che, dietro un piccolo compenso, venivano ospitati per un paio di settimane nelle stanze del vecchio ospedale e infettati con le secrezioni di individui malati di raffreddore. Si cercava in questo modo di stabilire come effettivamente si trasmetteva il raffreddore, quale fosse il tempo di incubazione, e quali fossero i rimedi più efficaci. C’era poi l’attività di laboratorio, dedicata a isolare dalle secrezioni l’agente o gli agenti infettivi per studiarne le caratteristiche e quindi i punti deboli da utilizzare per sviluppare cure e vaccini. Fu così che nel 1961 venne scoperto un virus che provocava il raffreddore e che non era nè un adenovirus nè un rinovirus già noti. Venne chiamato B814. Contemporaneamente negli Stati Uniti, all’Università di Chicago, venne scoperto un altro virus capace di provocare il raffreddore, che fu chiamato 229E. Incaricata di esaminare questi virus al microscopio elettronico, la virologa del St Thomas’ Hospital di Londra, June Hart Almeida, scoprì che erano quasi identici e molto simili al virus IBV (virus della bronchite infettiva) che infettava i pulcini. Dato che la loro immagine bi-dimensionale era caratterizzata da una corona di spuntoni (spikes), vennero battezzati “coronavirus”.
Ma torniamo alle attività della Common Cold Research Unit. La direzione era nel frattempo passata (1962) a David Tyrrell, uno degli scopritori del B814 ma, nonostante i progressi nelle ricerche, tutti gli sforzi per trovare terapie e vaccini continuavano a non dare risultati. Il motivo per cui era difficile sviluppare un farmaco antivirale era già noto da qualche anno, cioè da quando si era capito che un farmaco che avesse attaccato le strutture vitali del virus avrebbe rischiato di attaccare anche le nostre. Rimaneva da capire perché i vaccini contro i virus del raffreddore non funzionavano. La risposta si ebbe quando, studiandone la struttura, ci si rese conto dell’estrema variabilità di questi virus. E si vide che questa enorme capacità di mutazione interessava adenovirus, rinovirus, e coronavirus. Fu così che nel 1990 il governo britannico decise di chiudere “per sfinimento” la Common Cold Research Unit. Il lavoro svolto non era stato del tutto inutile perché aveva portato a diverse scoperte, pubblicate in oltre un migliaio di lavori originali, ma l’obiettivo principale non era stato raggiunto. A testimoniare questo lavoro rimane un libro, “Cold Wars: The Fight Against the Common Cold”, scritto da David Tyrrell e Michael Fielder e pubblicato nel 2002.
Dunque, è da trent’anni che sappiamo che i coronavirus mutano così velocemente da rendere inutile sviluppare un vaccino contro di loro perché, prima ancora che sia stata conclusa la fase di sperimentazione, affrettata quanto si vuole, il ceppo contro cui il vaccino era stato sviluppato si è già “cambiato d’abito”. È per questo che vi prego di non dire nulla ai virologi che, poveretti, si sono dati tanto da fare per noi a trovare un vaccino contro il coronavirus della COVID-19 e a dirne meraviglie in televisione. Ve lo immaginate come ci rimarrebbero male se sapessero che si sono agitati così tanto per niente?
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