Cinque anni fa chiedevo: “come mai ci sono così tanti volontari nei settori della sanità e dei servizi sociali, e nessun volontario nei settori dell'industria. delle banche, delle assicurazioni, della ristorazione, degli alimentari, etc.?”. Poteva sembrare una domanda sciocca, oziosa, cavillosa, ma lo scopo (per nulla raggiunto) era quello di stimolare qualche riflessione su una mentalità che sta rischiando di distruggerci. Fino a circa un secolo fa l’economia era di pura sussistenza, ed era quindi inevitabile che un settore improduttivo come quello socio-sanitario potesse esistere solo grazie al buon cuore di volontari, ma oggi che il prodotto interno lordo, mal distribuito quanto si vuole ma enorme, genera un gettito fiscale male amministrato ma anch’esso enorme, non è facile capire come sia possibile che vi sia ancora spazio per volontari nella sanità e nei servizi sociali. È logico che politici disonesti approfittino della situazione per utilizzare in altri settori per loro più proficui le risorse che dovrebbero essere dedicate alla sanità e ai servizi sociali, ma chi lavora gratuitamente in questi settori non lo fa obbligato da leggi dispotiche emanate da quei politici, ma appunto “volontariamente”, per buon cuore o per il gusto di sentirsi generoso e ottenere quindi ammirazione e lo status symbol di semi-eroe. 

Ma questo volontarismo è da considerare normale, o non è piuttosto patologico? Un conto è l’occasionale altruismo nei confronti del “vicino” (il “prossimo” evangelico) che può trovarsi in difficoltà, e un conto ben diverso è andare a cercare attivamente gli “oggetti” del proprio buon cuore, facendo del volontariato una quasi-professione. Il primo è un atteggiamento biologicamente determinato e utile, il secondo fa sospettare una deviazione psicopatologica. A questa deviazione viene dato sarcasticamente ma anche troppo sbrigativamente il nome di “buonismo”, col risultato che la questione viene relegata nel campo dello scontro politico e non ottiene la dovuta attenzione da parte di psichiatri e sociologi.

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