Può sembrare un argomento per iniziati o quanto meno per addetti ai lavori, una bega interna di un corpo professionale chiuso su sè stesso, ma in realtà tocca quel diritto alla salute che interessa tutti. Mi riferisco all’obbligo di “educazione continua in medicina” (in sostanza, di aggiornamento) che il DLgs 502/1992 pone in capo ai medici.
Questo obbligo parrebbe la cosa più logica di questo mondo, e in parte lo è: se chiamo un idraulico, voglio che mi sistemi lo scaldabagno, non che mi allaghi la casa perché non conosce gli ultimi modelli di scaldabagno, e così, a maggior ragione, se mi rivolgo a un medico voglio che mi curi secondo le più recenti acquisizioni della medicina, non con la teriaca in uso nel Medio Evo.
Ci sono però due problemi, uno di metodi e uno di contenuti.
Il sistema si basa sull’obbligo per i medici di frequentare brevi corsi di aggiornamento su varie materie e di superare i relativi esami (in genere test a crocette), accumulando quindi un certo numero di “crediti formativi”. A parte ogni considerazione sul rigore di quegli esami (le risposte vengono spesso fornite dagli stessi organizzatori, che non fanno quel lavoro gratis e quindi non vogliono perdere la “clientela” inducendola a rivolgersi ad altri organizzatori), il fatto di aver imparato certe nozioni (se le si sono davvero imparate) non garantisce che poi quelle nozioni verranno applicate nella pratica. La professione è piena di medici che, nonostante quello che hanno imparato nel corso di laurea e quello che imparano con i corsi di aggiornamento, hanno iniziato e continuano a praticare una “medicina” basata su preparati omeopatici, “fiori di Bach”, strani sieri e cocktails di farmaci, diete miracolose, pendolini, agopuntura, ipnosi, etc. Detto in parole povere, per la nostra salute non importa quello che un medico “sa”, ma quello che un medico “fa”. Non c’è dubbio che per fare bisogna sapere, ma è altrettanto fuor di dubbio che chi “sa” può anche agire diversamente da quello che “sa”. È da ciò che si fa e come lo si fa che un organismo di controllo può dedurre non solo se l’operatore sa certe cose, ma anche se le applica. Per essere sicuri che il proprio ambasciatore è arrivato a Parigi non serve vedere che alla partenza ha preso la strada per Parigi, ma è necessario avere la prova che ci è arrivato.
E c’è poi il problema dei contenuti. Immaginate di dovervi rivolgere a un chirurgo vascolare. Cos’è che vi aspettate? Che sappia quali sono, come si usano, con quali dosaggi e quali tempistiche gli ultimi farmaci antitumorali impiegati nel cancro della mammella, o che sia competente e aggiornato nel suo campo? Bene, quel chirurgo vascolare può continuare a lavorare anche se ha ottenuto i crediti formativi prescritti frequentando corsi che nulla hanno a che vedere con la sua specializzazione. E voi andate tranquillamente sotto i suoi ferri perché gli organi di controllo vi garantiscono che è un ottimo chirurgo vascolare. Siamo alla truffa bella e buona, al più sfacciato falso in atto pubblico. Tra l’altro sarebbe grasso che cola se i corsi per i crediti “E.C.M.” fossero su argomenti non pertinenti all’attività reale del medico, ma per lo meno attinenti alla medicina. E invece no. Molti crediti formativi vengono concessi per corsi sulla lingua inglese, sulla normativa fiscale, sui rapporti tra medici, sulla comunicazione in medicina, etc. Ovviamente qualsiasi argomento può avere una sua marginale utilità, ma a questo punto, invece di obbligare i medici a perdere tempo e soldi per frequentare “corsi”, sarebbe più logico organizzare semplicemente esami presso le università per valutare in modo indipendente e attendibile la competenza dei singoli medici nelle aree di loro specifico interesse.
La conclusione è che purtroppo, come càpita quasi di norma nel nostro Paese, leggi e regole sono fatte non per garantire quello che pomposamente viene garantito nelle lunghissime e sibilline premesse, ma per portare denaro a lobbies, mafie e faccendieri. E il cittadino rimane cornuto e mazziato.
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