So di dispiacere a molti, ma vorrei commentare il famoso protocollo della “Tachipirina e vigile attesa”, e farlo un po’ più diffusamente di quanto si fa di solito. Prima del 2020, un medico, quando si trovava di fronte ad un paziente con tosse, febbre e malessere generale, sospettava come prima cosa un’influenza. E, ricordiàmocelo, la COVID-19 non ha fatto sparire l’influenza. Qual’era (e qual’è) la terapia più indicata per l’influenza? In realtà la cosa migliore sarebbe starsene qualche giorno in casa, magari a letto, sorseggiando bevande calde, ma da anni ormai i medici “non possono” limitarsi a questi consigli, ma “devono” prescrivere farmaci. In teoria, un farmaco “risolvi-tutto” sarebbe l’aspirina, che però, anche se probabilmente solo nei bambini e molto raramente, data nelle malattie virali, può portare alla “sindrome di Reye”, una condizione molto grave con rischio di morte. I cortisonici allevierebbero i sintomi, ma sono anche un favore al virus, e i farmaci anti-infiammatori non cortisonici sono un tantino esagerati. Cosa rimane? Il paracetamolo, il cui nome commerciale più noto e “Tachipirina”. La maggior parte dei medici l’ha sempre consigliato senza farsi troppi pensieri, e poteva essere la terapia ideale anche dal 2020 in poi, se non che qualcuno ha “scoperto” che il paracetamolo ha una discreta efficacia contro la febbre, ma ha un’efficacia scarsissima contro l’infiammazione. E gli “esperti” cominciavano a dire che la COVID-19, che inizialmente si manifesta con gli stessi sintomi dell’influenza, diventa grave quando la risposta infiammatoria diventa eccessiva. Ecco quindi che la Tachipirina è improvvisamente diventata inutile. E da inutile a “pericolosa”, il passo è stato breve, anche se il realtà non c’è nessuna dimostrazione che la Tachipirina aiuti in qualche modo il virus della COVID-19. Il peggio che si può dire è che, abbassando la febbre, la Tachiprina può indurre qualcuno a illudersi di essere sul punto di vincere quel virus, ritardando quindi interventi più incisivi. Qui però cerchiamo di essere realistici: sarà anche vero che c’è in giro la COVID-19, ma non possiamo per questo somministare anticorpi monoclonali e cocktails di farmaci anti-SARS-CoV-2 a chiunque, appena manifesti tosse, febbre e malessere.

Ed è qui che entra in gioco la seconda parte del “protocollo”, la “vigile attesa”, che non vuol dire che il medico deve “attendere” la telefonata dei parenti del paziente che ne annunciano il decesso. “Vigile attesa” vuol dire che il medico deve istruire il paziente a chiamarlo nel caso che, invece di migliorare, i sintomi peggiorino, e vuol dire che, in caso di dubbio, il medico deve recarsi al domicilio del paziente per verificare le sue condizioni respiratorie e cardiocircolatorie, in modo da modificare la terapia o, all’occorrenza, inviare il paziente all’ospedale molto prima che i colleghi della terapia intensiva si sentano autorizzati a istituire le loro “terapie eroiche”.

Quello che non ha funzionato, e in modo alquanto sospetto (come se qualcuno avesse avuto interesse a procurarsi un po’ di decessi per spaventare la gente), è il fatto che l’accento sulla “vigile attesa” è stato posto proprio mentre si tollerava e addirittura si imponeva ai medici di fare il minor numero di visite possibile, consentendo e favorendo la “telemedicina”, cioè le visite per telefono, whatsapp e Internet (cioè un modo di fare medicina che fino a solo qualche anno prima avrebbe comportato il ritiro della convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale e la sospensione o addirittura radiazione dall’Ordine dei Medici!).

In conclusione, il protocollo della “Tachipirina e vigile attesa”, tanto vituperato dagli oppositori della politica sanitaria del Governo, non sarebbe stato affatto privo di senso, se alla “vigile attesa” fosse stato dato il suo significato più logico e responsabile. Così come non si spediscono sul tavolo operatorio per un’appendicectomia tutti coloro che dicono di avere da mezz’ora un po’ di mal di pancia, così non si ingozzano di intrugli farmacologici tutti coloro che, sia pure in tempi di COVID-19, dicono al medico di avere la tosse, due lineette di febbre, e dolori e spossatezza. Probabilmente la maggior parte dei pazienti guarisce dalla COVID-19 senza fare proprio nulla o, se prende qualche medicina, guarisce “nonostante” quella medicina e non grazie ad essa. Quello che era ed è irrinunciabile (e a cui purtroppo si è rinunciato col permesso o addirittura l’imposizione delle autorità sanitarie dello Stato) è lo stretto monitoraggio dei pazienti con sintomi di sospetta COVID-19. Ed è il perché vi si sia rinunciato, per impreparazione, dilettantismo, o  consapevole disegno, che va chiarito.

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