L’approccio all’attuale epidemia e poi pandemia di COVID-19 è stato condizionato da una frase infelice pronunciata a febbraio 2020 dalla dirigente del reparto di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’Ospedale Sacco di Milano “Si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale”. Perché “infelice”? Fare un paragone con l’influenza era giusto, ma quella valutazione (“appena più seria di un’influenza”) ha aperto la strada a un fiume di valutazioni soggettive che ha travolto ogni speranza di ponderazione e oggettività.
Molto semplicemente, fra il 2019 e il 2020 è comparsa una nuova “influenza”, provocata da un virus dei Coronaviridae, che si è aggiunta alla solita influenza provocata dai virus della famiglia degli Orthomyxoviridae. Non dimentichiamoci che siamo abituati a chiamare “influenza” quella che sulla base dei sintomi presumiamo essere dovuta a un Orthomyxovirus, ma che in pratica “influenza” è appunto il nome generico attribuito a una qualsiasi malattia respiratoria acuta caratterizzata da malessere generale, febbre, tosse, mal di gola, mal di testa, raffreddore, e dolori muscoari e articolari, che a volte si complica in una polmonite. E non dimentichiamoci che la “tempesta di citochine” che viene accusata di portare a morte i casi più gravi di COVID-19 è stata chiamata in causa anche per spiegare i casi letali di “influenza” da Orthomixoviridae. Dunque, la differenza tra “influenza” e COVID-19 è solo una faccenda per virologi con tempo da perdere. A livello di infettivologia e di igiene pubblica non cambia nulla, se non la percentuale di letalità, la cui differenza è più o meno “seria” a seconda del giudizio soggettivo di ciascuno. E allora è evidente che la “vecchia” influenza poteva e doveva essere il modello per decidere gli interventi da attuare nell’epidemia/pandemia di COVID-19, senza inventarsi nuovi, fantasiosi e isterici approcci.
Il SARS-CoV-2 è un virus a RNA caratterizzato da una notevole tendenza alle mutazioni? Anche i virus influenzali sono virus a RNA caratterizzati da una notevole tendenza alle mutazioni. Abbiamo avuto qualche successo nel contenere le pandemie influenzali con un vaccino, che però non abbiamo ritenuto di rendere obbligatorio per nessuna categoria di cittadini, e che dobbiamo cambiare quasi ogni anno, senza obbligare nessuno a distanziamenti, all’uso di mascherine e a rispettare lockdowns? Avremmo dovuto fare la stessa cosa con la COVID-19, ma non è stato così, come sappiamo bene (e dolorosamente!). Il vaccino antinfluenzale è un vaccino preparato con il virus (vivo attenuato o, meglio, inattivato). In Cina il vaccino anti-COVID-19 viene effettivamente preparato con il virus inattivato. Avremmo dovuto fare la stessa cosa anche noi, ma invece in Europa e negli Stati Uniti si è scelto di iniettare come “vaccino” l’istruzione genetica (mRNA o DNA modificato di un virus dello scimpanzé) per far produrre alle nostre cellule (quali?) una e una sola proteina (la “spike”) di un virus che sappiamo predisposto alle mutazioni!

Roba da non raccapezzarcisi... Va bene essere cretini, ma sbagliarle proprio tutte, una in fila all’altra, ha dell’incredibile.

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