Sono stanco e nauseato di sentire gente che in televisione e sui giornali snocciola numeri e percentuali per sostenere le sue tesi (o quelle dei suoi idoli) sull’attuale pandemia. Sia chiaro: mi riferisco soprattutto alla claque che supporta le decisioni del Governo, ma non solo; mi riferisco anche a chi, pur giustamente, nutre dubbi sull’adegatezza di quelle decisioni. A questa gente, dell’una e dell’altra parte, voglio chiedere: ma quei numeri li avete contati personalmente?
Se oggi mi trovassi a esaminare lavori sulla polmonite da istoplasma potrei forse avere qualche dubbio sull’onestà dei numeri forniti, ma solo “per deformazione professionale”, per abitudine. Sarebbe difficile immaginare per quale motivo gli autori di lavori sull’istoplasmosi dovrebbero fornire numeri taroccati. Ma invece non è affatto difficile immaginare motivi per inventare o modificare i numeri in lavori sulla COVID-19 in un periodo in cui questo è l’argomento del giorno con implicazioni accademiche, politiche ed economiche. E questo vale già per i “lavori” scientifici, quelli prodotti da gruppi di ricerca di grandi istituzioni e pubblicati dalle riviste più serie. Quando poi i “numeri” li sento citare dai nostri “professori”, che li hanno letti (anche nel senso etimologico di “letti”, e cioè “accuratamente scelti”) in “riviste scientifiche” non sempre precisate o in comunicati di questa o quella agenzia internazionale di sanità pubblica, mi viene l’orticaria. Se poi a “dare i numeri” ripetendo a pappagallo quanto orecchiato dai citati “professori” sono politici, giornalisti, tuttologi, tronisti, attori, cantanti, e “gente della strada”, all’orticaria si aggiunge la nausea. Ma il problema si complica quando gli oppositori della politica sanitaria governativa accettano il confronto e citano a loro volta “numeri” di cui non conoscono l’iniziale provenienza e che interpretano come se fossero sicuri della loro attendibilità. Il risultato è una cacafonia di scimmie urlatrici, Alouatta belzebul che litiga con Alouatta guariba clamitans. E allora a questo punto ritorna la domanda posta all’inizio: ma quei numeri li avete contati personalmente? Avete, dall’una e dall’altra parte, contato i morti? O vi siete fidati di quello che vi hanno detto? Vi siete accertati personalmente che la diagnosi della causa di morte era esatta? Avete contato uno per uno, indicandoli col dito teso, i ricoverati in ognuno dei reparti di Terapia Intensiva di ognuno degli ospedali italiani (e, già che ci siamo, in ognuno degli ospedali europei e americani)? Avete contato i ricoverati “per COVID-19” negli altri reparti? Vi siete accertati personalmente di dov’erano e cosa stavano facendo i medici di quegli altri reparti che non avevano e non hanno tempo di visitare e operare i pazienti “normali”? Avete eseguito e processato personalmente i “tamponi”, antigenici e molecolari, che hanno “dimostrato” la presenza o l’assenza dell’infezione virale? Avete contato voi, osservandoli coi vostri occhi, quanti vaccini sono stati inoculati, e a chi? Avete controllato personalmente gli invii di dati dalla periferia agli uffici statstici comunali, provinciali, regionali, nazionali, europei e dell’OMS? E avete spulciato personalmente tutta la “letteratura scientifica” in materia di SARS-CoV-2 e COVID-19 per verificare se quello che vi hanno detto è stato scritto davvero ed è stato interpretato correttamente? E finalmente, avete provato a verificare se quegli studi sono stati fatti davvero e sono stati riportati fedelmente, “senza trucco e senza inganno”?
È questo forse un eccesso di scetticismo? Lo sarebbe se i
numeri “ufficiali” corrispondessero, anche solo parzialmente, all’esperienza personale
quotidiana di ognuno di noi, ma non è così. Non basta avere uno o due amici o
parenti che sono “morti di covid” o che sono stati ricoverati in Terapia
Intensiva “per covid”. L’allarme che giunge dai numeri “ufficiali” richiede che
ciascuno di noi conosca ben più di uno o due di quei casi, e che quei casi non
siano gli stessi per tutto il giro di conoscenze che abbiamo. Ricordiamoci che il
negazionismo più deleterio non è negare l’evidenza raccontata, ma negare l’evidenza
osservata.
Commenti
Posta un commento