Vorrei spendere due parole in favore di quella frangia dei “no-vax” che va sotto il nome di “negazionisti”. Non sono d’accordo con loro, ma sono ancor meno d’accordo con chi, ergendosi a paladino di una supposta ed autoattribuitasi “maturità civica”, li ridicolizza.
Durante i cinque anni della Seconda Guerra Mondiale il nostro Paese ha avuto 153.147 vittime civili, il che equivale ad una media di circa 30.600 all’anno, meno delle 80.400 vittime su base annua attribuite alla COVID-19 (134.000 vittime su 20 mesi). Eppure la percezione che ci fosse un’emergenza era fortissima, senza che ci fosse bisogno di chissà quale opera di convincimento da parte del Governo. Anzi, per motivi suoi, il Governo di allora faceva di tutto per minimizzare la tragedia.
Oggi stiamo subendo da venti mesi un martellamento mediatico senza precedenti per convincerci che stiamo vivendo in una pandemia pericolosissima che miete vittime come nessun’altra. Però, se non fosse per quel martellamento mediatico, quanti di noi avrebbero la percezione di questa tremenda pandemia? Io forse sarò un caso particolare e particolarmente fortunato ma, sebbene alcuni dei miei famigliari e conoscenti hanno avuto la COVID-19 confermata da tamponi e da esami sierologici, nessuno l’ha avuta in forma grave e nessuno ne è morto. Ci sono solo alcuni (pochi) nella cerchia delle mie conoscenze che mi hanno riferito che qualcuno tra i loro parenti o conoscenti è morto con la diagnosi di COVID-19. Se facessi il venditore di yachts e vivessi su un’isola in mezzo al mare non potrei trarre da questo alcuna conclusione, ma faccio il medico e abito a trenta chilometri da Bergamo, e quindi a poca distanza da una delle aree con più decessi attribuiti a COVID-19. Ripeto: posso essere un caso particolarmente fortunato, ma capisco chi, trovandosi in condizioni simili alle mie, stenta a credere alla narrazione ufficiale. In fondo anche tra i famigliari e amici di morti “da COVID-19” credo che non siano molti gli anatomopatologi che hanno eseguito personalmente le autopsie ai loro famigliari e amici per confermare la diagnosi fatta dai clinici. Gli altri hanno creduto senza esitazioni a quanto è stato loro detto, e senza nemmeno dubitare dei motivi per cui non era stato loro consentito di far visita ai loro famigliari ed amici morenti.
Conclusione? Se dicessi che la narrazione ufficiale è falsa cadrei nello stesso errore di chi afferma che è vera ed accurata. Non sono e non posso quindi essere un “negazionista”. Sono solo uno a cui viene l’orticaria quando vede lo squallido teatrino con gli scolaretti e le scolarette che fanno a gara a chi recita meglio la lezioncina imparata a memoria e cerca di dimostrare di avere più informazioni, e più aggiornate, rispetto agli interlocutori e ai popolo dei telespettatori. Ma proprio per questo non riesco a ridere dei “negazionisti” senza spanciarmi dalle risate quando penso agli “asserzionisti”.
No, scusate. Ho detto una bugia. I “negazionisti” mi fanno sì ridere, ma gli “asserzionisti” in realtà mi fanno piangere.

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