I recenti sviluppi della politica italiana ed occidentale collegati alla pandemia da COVID-19 hanno indotto alcuni, me compreso, a vedervi analogie con quanto accaduto nella terza decade del secolo scorso. In particolare sembrano evidenti i segni di una deriva oligarchica e autoritaria, con la connessa sospensione di libertà prima ritenute fondamentali, basata su pretestuosi “interessi superiori” e motivi di “sicurezza”. La risposta non si è fatta attendere. I “non allineati” come me sono stati accusati di fare paragoni fuori luogo perché “non conoscono la storia”. La realtà è però un po’ diversa. A non conoscere la storia, ma soprattutto a non averne mai fatto oggetto di riflessione, sono proprio quei pedissequi ripetitori di dogmi politici privi di riscontri storici. La teoria politico-economica da loro avversata era ammirata da Governi come quello americano e inglese, con cui il nostro Paese aveva trattati di alleanza. Il nostro nazionalismo, inviso per timore di concorrenza, era ben poca cosa ripetto al nazionalismo delle principali “democrazie” occidentali, quello che portò ad esacerbare il nostro. E lo stato sociale era da noi più avanzato che in altri Paesi. A determinare la tragedia della Seconda Guerra Mondiale non fu quella teoria politico-economica, ma il supporto che un popolo affamato di certezze e di culto della personalità diede alle mire autoritarie di un maestro romagnolo. “Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla”, diceva Edmund Burke, ma “conoscere la storia” non vuol dire avere imparato a memoria il bigino, e oggi un popolo ugualmente affamato di certezze e di culto della personalità sta rischiando di ripeterla fino alla tragedia. Una teoria economico-politica è neutrale e diventa utile o funesta a seconda di chi e come se ne fa interprete, e questo vale anche per la democrazia. Qualcuno evidentemente trova comodo dimenticare il disimpegno di Francisco Franco e António de Oliveira Salazar, che pure sottoscrivevano alla stessa teoria politico-economica. E d’altra parte quasi nessuno oggi può dire di aver “dimenticato” Ioannis Metaxas che si basava anche lui su quella teoria politico-economica e che venne aggredito dal nostro maestro romagnolo perché si era rifiutato di concedergli alcuni siti strategici nella guerra cui il maestro romagnolo aveva deciso di partecipare. Quasi nessuno può dire di aver dimenticato Metaxas, per il semplice motivo che quasi nessuno ne ha mai sentito parlare, iniziando dai “maestrini” (non per forza romagnoli) che, senza conoscerla, pretendono di insegnarmi la storia. Perdete qualche ora del vostro preziosissimo tempo ad aprire qualche libro di storia, cari “maestrini”, ma non solo per dare a me soddisfazione. Fàtelo per evitare di portare questo nostro disastrato Paese ad una nuova tragedia.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
Commenti
Posta un commento