Pensierino ozioso: fino ad alcuni anni fa dalla targa sapevi da dove veniva la macchina, dal timbro sul francobollo sapevi da dove veniva la lettera, e dal prefisso telefonico sapevi da dove veniva la telefonata. Oggi non più. Le targhe “europee” sono mute, il timbro sui francobolli è del “centro di smistamento postale”, e il numero del cellulare (quando non è riservato e riesci a vederlo) è buono solo per metterlo al Lotto. Tra l’altro, all’inizio, dalle prime tre cifre potevi ricavare il gestore telefonico: informazione inutile, ma era pur sempre un’informazione: adesso nemmeno quello. Ora, mi va bene la privacy, non dico di no. Mi ha sempre dato fastidio che la gente sapesse che porto i soldi in Svizzera, che il sabato sera vado per discoteche a violentare le ragazzine, e che metto la marmellata di lamponi sui tramezzini al caviale. Però, forse proprio perché sono così estremo nei miei vizi, che la gente sappia dove ho immatricolato la macchina, dove ho imbucato la lettera, o da dove telefono, proprio non me ne può importar di meno. Dite che tutto quell’anonimato non è per la privacy, ma è solo la conseguenza del progresso, dell’ottimizzazione delle risorse, etc.? Sarà, ma io temo che stiamo pericolosamente abituandoci ad essere dei numeri. Se ci permettono di avere ancora dei nomi e dei cognomi, è perché sono necessari per il codice fiscale. Prima o poi però faranno come con le targhe delle macchine: lettere e numeri ce li assegneranno a caso, e dal codice fiscale non sarà più possibile capire quali erano i nostri nomi e cognomi, anche perché appunto all’anagrafe verremo registrati solo con dei numeri. Benvenuti nel Mondo Nuovo!
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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