I riflettori sui palazzi del potere in vista delle elezioni del presidente della Repubblica mi hanno richiamato l’attenzione su una delle tante incongruenze del nostro tempo. I più socialmente impegnati tra i fedeli della Chiesa Cattolica non perdono occasione per scagliarsi contro l’ostentazione di lusso e lo spreco di ricchezza del Vaticano e dei suoi prelati, e la cosa mi può sembrare giusta, considerato che l’insegnamento evangelico era nel segno dell’umiltà e della povertà. Però poi penso che di stridente in quel lusso e in quello spreco c’è solo il fatto che concretamente ne godono individui che si proclamano testimoni e annunciatori di quell’insegnamento. Quando penso invece che tutte quelle ricchezze sono la somma di rinunce fatte da fedeli che sinceramente credono in tal modo di onorare una Divinità, il fenomeno non mi appare affatto privo di una sua logica interna. Veniamo però ai palazzi del potere, sontuose dimore dei “servitori del popolo”, alle sedi sfarzose dei riti della “religione” della “democrazia”, all’apparato pletorico e sfavillante dei servi dei “servitori del popolo”, alle vesti anacronistiche, kitsch e un po’ comiche di certi funzionari come i giudici delle alte corti e delle guardie dei palazzi, ai salamelecchi di un cerimoniale da antichi sultani... Ecco, tutto questo viene fatto coi soldi di cittadini che non se ne privano per onorare una Divinità, ma ne vengono privati obtorto collo e con l’inganno di tenere in piedi una “democrazia” che per il singolo cittadino differisce solo nominalmente dai sistemi politici abbattuti invano dalla Rivoluzione Francese o da quella Russa. Non dico di arrivare per forza allo stile spartano di Fidel Castro, o di Mu'ammar Gheddafi, o dell’unno Attila, anche perché poi qualche ebete potrebbe approfittarne per allusioni inconseguenti ai loro regimi, però un po’ più di modestia nelle espressioni di una “democrazia” proprio non guasterebbe.

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