I riflettori sui palazzi del potere in vista delle elezioni del presidente della Repubblica mi hanno richiamato l’attenzione su una delle tante incongruenze del nostro tempo. I più socialmente impegnati tra i fedeli della Chiesa Cattolica non perdono occasione per scagliarsi contro l’ostentazione di lusso e lo spreco di ricchezza del Vaticano e dei suoi prelati, e la cosa mi può sembrare giusta, considerato che l’insegnamento evangelico era nel segno dell’umiltà e della povertà. Però poi penso che di stridente in quel lusso e in quello spreco c’è solo il fatto che concretamente ne godono individui che si proclamano testimoni e annunciatori di quell’insegnamento. Quando penso invece che tutte quelle ricchezze sono la somma di rinunce fatte da fedeli che sinceramente credono in tal modo di onorare una Divinità, il fenomeno non mi appare affatto privo di una sua logica interna. Veniamo però ai palazzi del potere, sontuose dimore dei “servitori del popolo”, alle sedi sfarzose dei riti della “religione” della “democrazia”, all’apparato pletorico e sfavillante dei servi dei “servitori del popolo”, alle vesti anacronistiche, kitsch e un po’ comiche di certi funzionari come i giudici delle alte corti e delle guardie dei palazzi, ai salamelecchi di un cerimoniale da antichi sultani... Ecco, tutto questo viene fatto coi soldi di cittadini che non se ne privano per onorare una Divinità, ma ne vengono privati obtorto collo e con l’inganno di tenere in piedi una “democrazia” che per il singolo cittadino differisce solo nominalmente dai sistemi politici abbattuti invano dalla Rivoluzione Francese o da quella Russa. Non dico di arrivare per forza allo stile spartano di Fidel Castro, o di Mu'ammar Gheddafi, o dell’unno Attila, anche perché poi qualche ebete potrebbe approfittarne per allusioni inconseguenti ai loro regimi, però un po’ più di modestia nelle espressioni di una “democrazia” proprio non guasterebbe.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
Commenti
Posta un commento