Frequentare i social è istruttivo. Si imparano tante cose. Ad esempio, ci sono anche i gruppi in difesa della lingua italiana. No, non voglio dire che con questi gruppi si impara a usare bene l’italiano. Voglio dire che ci si rende conto che accanto ad un’intolleranza politica c’è anche un’intolleranza linguistica. Una lingua è viva finché permette variazioni ed errori. Quando si cristallizza, è morta. Basta pensare al latino, “lingua morta” per eccellenza. Anzi, in realtà il latino non è morto, perchè lo stiamo parlando ancora. Lingua morta è il latino di Cicerone, ma ai tempi di Cicerone anche il latino di Nevio e Plauto era una lingua morta, come ai tempi di Tertulliano e Boezio anche il latino di Cicerone era una lingua morta. E l’italiano (o latino) di Dante, Boccaccio e Petrarca? Morto anche lui. E moribondo è l’italiano (o latino) di Alessandro Manzoni. Tra l’altro, i maestrini e le maestrine di italiano che imperversano nei social non devono aver mai letto Dante e i suoi contemporanei, perché se l’avessero fatto avrebbero visto che vocabolario, ortografia, grammatica e sintassi potevano variare nelle varie opere dello stesso autore, oltre che nei vari autori. Un eccesso di immobilismo linguistico oltre a tutto ci fa perdere quell’allenamento che è indispensabile per mantenere intelligenza e fantasia a un buon livello. Senza quell’allenamento, finiremo per scadere al livello dei primi computers di cinquant’anni fa. Io ricordo ancora le notti passate da laureando e da neolaureato a cercare i “bugs” nei programmi che dovevo scrivere in Fortran per i computers idioti di allora. Bastava uno spazio in più o in meno in una “stringa”, e il computer non capiva più niente e andava in palla. E così, dopo aver saltato di giorno i pasti in laboratorio, saltavo anche il sonno la notte. Poi sono stati sviluppati altri linguaggi per colloquiare con i computers, e soprattutto è stata sviluppata la “fuzzy logic”, e adesso anche se sbagliate a digitare una parola sulla tastiera, il computer “capisce” o vi chiede di scegliere fra le alternative che vi offre. I computers sono progrediti; noi invece siamo regrediti. Se il nostro interlocutore dice o scrive qualcosa che non si inquadra in quello che dice l’Accademia della Crusca, apriti cielo! No, signori, non ci siamo. La lingua non la uccidono quelli che dicono o scrivono “vadi”. La state uccidendo voi.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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