Ho già scritto da qualche parte che nella mia esperienza come medico di bordo ho conosciuto solo un paio di comandanti a cui avrei affidato le chiavi di casa. A tutti gli altri non avrei nemmeno prestato la bicicletta per un giro del cortile. Detto questo, e da quanto è evidente dalla tragedia del Costa Concordia di cui oggi ricorre il decimo anniversario, è ovvio che non posso avere una grande opinione del sig. Schettino. Però mi ribolle il sangue quando mi fanno risentire quell’altro lupo di mare che, dalla sua poltrona nel suo ufficio a terra, urla a Schettino di “risalire a bordo”. Primo: come? Bloccando i passeggeri che stanno precipitosamente scendendo dalle scalette per poter salire lui? Secondo: a far che? Se hai qualcuno con le palle, pòrtacelo tu con l’elicottero, ma cosa vuoi che ci faccia a bordo uno che è stato solo capace di squagliarsela? Nelle emergenze ci vogliono persone capaci di ragionare freddamente, non temperamenti “latini” capaci solo di urlare “Cazzo!” al telefono.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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