Adesso, qualche nota sulle statistiche di mortalità. È dai primi mesi dell’epidemia che nei media appaiono i dati sulla mortalità da COVID-19 giorno per giorno. Ho già fatto notare che l’ISTAT ammette di essere in grado di fornire statistiche attendibili sulle cause di morte solo dopo più di un anno, ma lasciamo perdere: non ci costa nulla supporre che, in occasione di questa epidemia, i mezzi per la raccolta e l’elaborazione dei dati siano stati enormemente potenziati e che quindi le statistiche pubblicate giornalmente siano accurate e attendibili. La critica è un’altra. Quando un problema di salute pubblica si trascina nel tempo, quello che diventa importante sapere a proposito della mortalità è come varia nel tempo. In geometria, per un punto passano infinite rette, ma per due punti passa una retta sola. Quindi potremmo accontentarci di avere due dati di mortalità, uno per ognuno di due punti diversi nel tempo. Già questo potrebbe darci un’idea sull’andamento di un’epidemia: stabile, in crescita o in decrescita. In realtà però sappiamo che difficilmente l’andamento di un’epidemia è rettilineo. Di norma segue delle onde che possono salire e scendere variamente e più volte. Quindi due punti presi a caso non bastano. Più punti prendiamo nel tempo, meglio avremo rappresentato l’andamento dell’epidemia. Il problema diventa: quanti punti prendere, vale a dire, un punto ogni quanto tempo. La cosiddetta “cabina di regia” ha deciso di prendere un punto per ogni giorno. Ha un senso questa scelta? Che utilità ha sapere se, rispetto a ieri, oggi i morti sono stati di più o di meno? Come appena detto poco sopra, l’andamento di un’epidemia è solitamente rappresentato da una linea a onde continuamente in salita e in discesa. Quanto più si restringe l’intervallo di tempo tra una rilevazione e l’altra, tanto più si perde di vista l’andamento complessivo. Proviamo a riflettere su cosa ne ricaveremmo se i media ci fornissero i dati ora per ora o addirittura minuto per minuto… È dunque evidente che, per essere informazione veramente utile, l’andamento dell’epidemia deve essere descritto per intervalli di tempo non troppo brevi. E ventiquattro ore sono decisamente un tempo troppo breve. Andrebbe già un po’ meglio un intervallo di una settimana, e ancora meglio di un mese. Dato che poi le epidemie hanno spesso un andamento influenzato dalle variazioni climatiche circannuali e che sono ormai due anni che sta durando questa epidemia da COVID-19, potrebbe essere interessante un confronto fra la mortalità di analoghi periodi, settimanali o mensili, dell’anno scorso e di quest’anno. E invece no. I media più popolari insistono nel pubblicare semplicemente i dati della mortalità attuale, giorno per giorno, forniti dalla “cabina di regia”, senza offrire alcun confronto. Quale può essere l’utilità di una simile “informazione”? L’unica che viene in mente è la perpetuazione della paura. Se qualcuno ha altre spiegazioni, si faccia avanti.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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