Da anni vado predicando, vox clamans in deserto, che, prima della nazionalizzazione della medicina, andava fatta la nazionalizzazione dell'industria farmaceutica. Se l'industria farmaceutica fosse stata nazionalizzata, oggi non saremmo alla mercé della fame di profitti delle multinazionali dei farmaci e dei vaccini e non saremmo qui a chiederci quanto di vero e quanto di falso c'è nella produzione "scientifica" a proposito dei vaccini e delle cure per la COVID-19. Capisco e condivido la sfiducia di molti nel settore pubblico e nella nostra classe politica, ma non credo che l'imprenditoria privata stia mostrando chissà quali doti di onestà nel settore farmaceutico. La conosco da mezzo secolo, ed è stato un crescendo impressionante di spregiudicatezza, disonestà, e pelo sullo stomaco, per non usare il termine più appropriato: criminalità. I nostri politici per lo meno sono in maggioranza stupidi, mentre Big Pharma è il non plus ultra della scaltrezza.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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