Ieri sera, girovagando fra i canali televisivi, sono capitato da qualche parte dove un tale affermava che “c’è la corsa a contagiarsi” per ottenere il green pass. Per metterlo in difficoltà, il solito deficiente sostenitore del green pass, con fare da cacciatore di bufale, gli ha chiesto se fosse in grado di fornire dei numeri o se quello che diceva era una sua semplice invenzione. Vi chiederete perché io mi sia permesso di dare del deficiente a quel cacciatore di bufale. Rispondo subito: perché non è un insulto, ma una constatazione. Chiedere quanti sono coloro che cercano di contagiarsi per ottenere il green pass è come chiedere quanti sono i padri di famiglia che frequentano le prostitute. Ci sono “popolazioni statistiche” che, se non possono essere contate direttamente perché i singoli soggetti non sono disponibili a farsi contare, per lo stesso motivo non possono essere contate nemmeno a campione. Infatti, se gli elementi del campione sono veramente rappresentativi, lo devono essere anche per il fatto di non essere disposti a farsi contare. Per capirlo non serve essere geni della statistica, basta avere un po’ di sale in zucca. Ma forse quel cacciatore di bufale il sale in zucca ce l’ha, solo che in questo caso allora la sua richiesta era in mala fede. Un insulto allora gli spetta davvero, ma ben peggiore di “deficiente”. Il fatto comunque è che se anche coloro che cercano di contagiarsi per ottenere il green pass fossero quattro gatti (ed è verosimile che possano essere anche otto), vorrebbe dire che il green pass sta sortendo l’effetto esattamente opposto a quello voluto (o propagandato). In pratica, anziché proteggere la gente dal contagio, il green pass sta addirittura spingendo alcuni a contagiarsi apposta. E allora torniamo sull’aggettivo “deficiente”. In quale altro modo vorreste qualificare uno che non capisce una cosa così semplice?
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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