Qualcuno si chiede come mai, pur essendo anziano e quindi ufficialmente più a rischio, dopo due anni di pandemia non si sia ancora ammalato di COVI-19.
Partiamo dal fatto che “questo” Coronavirus è nuovo, ma i Coronavirus sono una famiglia di virus molto vasta che potrebbe essere anche più vecchia della specie umana. E aggiungiamo che le varie linee di Coronavirus hanno ovviamente tra loro differenze antigeniche più o meno marcate, ma possono condividere alcuni determinanti antigenici, cioè quelle porzioni in grado di stimolare in noi delle difese anticorpali. E aggiungiamo ancora che molti Coronavirus sono i responsabili di molte infezioni respiratorie e si diffondono soprattutto d’inverno, dopo di che scompaiono o quasi, per tornare con qualche mutazione l’inverno successivo. Fatte queste premesse, sembrerò fissato con i miei ricordi giovanili, ma vorrei aggiungerne un’altra. Non ricordo che tra i volontari che partecipavano agli studi sul raffreddore nella Common Cold Unit ad Harnham Down in Inghilterra, fonte di una grande messe di informazioni sui Coronavirus, ci fossero parecchi anziani. Mi sbaglierò quindi, ma quanto conoscevamo sulle malattie da Coronavirus fino al 2019 riguardava soprattutto soggetti giovani. E veniamo allora ai primi mesi del 2020. In quali classi di età si è verificato il maggior numero di decessi attribuiti al SARS-CoV-2? Negli anziani. A prima vista è un dato sconcertante, considerato che gli anziani sono proprio quelli che hanno avuto più tempo per venire in contatto con più varietà di Coronavirus durante la loro vita, e quindi dovrebbero essere quelli con la maggior probabilità di aver sviluppato anche anticorpi in grado di realizzare una “reattività crociata” con gli antigeni del sia pure “nuovo” Coronavirus. Una spiegazione apparentemente ovvia di questo paradosso potrebbe essere che gli anziani sono “più fragili” dei giovani, e ci può stare, ma la “fragilità” è un concetto in parte circolare: nel caso della suscettibilità alle malattie infettive, si è “fragili” quando, per un motivo o per l’altro”, non si produce una risposta anticorpale. E quindi siamo punto e a capo. Serve una spiegazione aggiuntiva. Vediamo... Dove si sono avuti inizialmente più decessi? Non nella periferia degradata delle grandi città, dove la densità abitativa è alta ed è praticamente impossibile non venir contagiati ogni singolo anno da qualche Coronavirus, ma nella Bassa lombardo-veneto-emiliana, dove la densità di popolazione è minima, e dove quindi nemmeno gli anziani nel corso della loro vita hanno avuto molte occasioni di scambiarsi infezioni da Coronavirus. A seguire, si sono avute le valli prealpine, fatte di piccoli paesi e case sparse, dove la gente vive e viveva a piccoli gruppi che spesso si guardano in cagnesco, e ha pochi contatti con le grandi città. E anche qui è difficile che gli anziani abbiano avuto molte occasioni di “conoscere” molti tipi di Coronavirus. Ecco allora che è la popolazione anziana ad essere più a rischio di finire in terapia intensiva o di morire per il “nuovo” Coronavirus, ma si tratta di soggetti sì anziani, ma che durante la loro vita si sono immunizzati solo contro pochi tipi di Coronavirus, e magari poi sono anche meno capaci di produrre quei pochi tipi di anticorpi a causa di una vita tutt’altro che sana, passata a respirare polveri sottili e fuliggine del camino e a rifarsi, dopo il digiuno forzato dell’ultima guerra e del primo dopoguerra, ingozzandosi di vino e grassi “genuini”. Parrebbe quindi ovvio che chi ha passato i suoi sessanta e più anni a respirare le “goccioline di Flügge” del prossimo, e senza nemmeno fare a gara a chi mangia di più, abbia oggi qualche difficoltà ad ammalarsi seriamente di COVID-19. Magari con un po’ di sfiga ci può anche riuscire, ma non è da tutti.

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