La guerra ai diritti civili e alle istituzioni democratiche deve i suoi successi soprattutto ad un piccolo esercito di utili idioti, attori di professione alcuni e pseudoscienziati prestati all’arte di Melpomene altri, che dagli schermi televisivi hanno annunciato e recitato il verbo della pandemia. Su di una popolazione ormai assuefatta e resa dipendente e condizionata dal mezzo televisivo, la loro azione non poteva non avere successo. La televisione ha iniziato a diffondersi negli anni Sessanta del Novecento, ed è inutile quindi prendersela con gente che, se è sotto i sessant’anni, ha passato tutta la vita ad assorbire messaggi televisivi e, se è più anziana, li ha assorbiti comunque per la maggior parte della sua vita. Qualcuno forse ricorderà le polemiche degli anni Ottanta e Novanta intorno alla capacità di un politico, padrone di tre reti televisive, di condizionare l’elettorato, e il patetico tira e molla giudiziario che cambiò tutto per non cambiare nulla. Il problema non era, e non è, chi è padrone di che cosa, ma il fatto che il mezzo televisivo per sua natura richiede investimenti alla portata solo di grossi gruppi finanziari, gli stessi che in una democrazia imperfetta sono in grado di manovrare l’attività legislativa in materia di concessioni. E ormai quei gruppi non hanno più un nome e un cognome come trenta o quarant’anni fa, cosa che in qualche modo fa vacillare l’accusa di paranoia che viene spontaneo fare ai “complottisti”. D’altra parte prima o poi diventerà impossibile anche rifugiarsi nell’alternativa di Internet. Acquisire un indirizzo e realizzare un sito web costa poco ed è oggi alla portata di chiunque, ma gli organismi che assegnano gli indirizzi non sono sotto il controllo democratico, e per diventare providers di connessioni Internet occorrono capitali sempre più cospicui e, ancora una volta, il permesso di organismi di non cristallina trasparenza. La libertà e la pluralità di cui sembra godere oggi Internet non è qui per restare. Le prospettive per la democrazia sono tutt’altro che rosee. George Orwell col suo “1984” si è sbagliato solo di una quarantina d’anni.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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