L'alterna fortuna degli USA presso il popolo italiano... Da scolaro e poi studente (anni '50 e primi anni '60) sono stato immerso in una cultura che venerava gli Stati Uniti, salvatori e liberatori del nostro Paese. Il sogno americano era anche il nostro. La scuola, i giornali, la radio: tutto magnificava l'America. Mia madre stessa ascoltava sempre la "Voce dell'America" alla radio, e mi ha trasmesso la sua ammirazione per quel Paese, al punto che poi ho deciso di andarvi a studiare con una borsa di studio. Al ritorno però (era il 1967) ho trovato un'Italia cambiata. L'imitazione dell'America era diventata un'imitazione un po' scimmiesca dei movimenti americani contro la guerra in Vietnam da parte di giovani italiani, dei quali molti non sapevano forse nemmeno dov'era il Vietnam. Inutile dire che ho dovuto spesso nascondere i miei recenti rapporti con gli USA, sentendomi un po' come San Pietro che aveva negato di aver mai conosciuto Gesù. E questa ostilità verso tutto ciò che era americano è andata avanti per quasi vent'anni. Ad un certo punto però, prima subdolamente e poi in modo sempre più sfacciato, il popolo italiano ha cominciato addirittura a immedesimarsi in una "cultura" americaneggiante. Il cibo, il linguaggio, la mimica, tutto è diventato americano. Ci siamo addirittura creati con malcelata soddisfazione gli stessi problemi sociali e politici degli USA. Se si fosse trattato solo di un fenomeno sociologico sarebbe stato già abbastanza grave ma, dato che al peggio non c'è limite, siamo arrivati addirittura ad una tale sudditanza che non ci rendiamo più nemmeno conto di essere completamente nelle mani delle multinazionali e della politica estera americane. Ora sarà forse solo sciocca nostalgia, ma l'America che avevo amato ma di cui ero stato costretto a vergognarmi a fine anni '60 era un Paese imperfetto, ma ancora capace di riconoscere i suoi errori e di lavorare duramente per porvi rimedio. L'America di oggi è invece un Paese in preda alla più sconfinata presunzione, convinto di aver raggiunto l'acme della civiltà e della scienza, sicuro come non mai di essere nel giusto, capace di neutralizzare il dissenso come gli ammortizzatori di un'auto di lusso assorbono le vibrazioni causate dai granelli di polvere sull'asfalto. E l'Europa, Italia in testa, le si inchina ossequiosa nel tripudio dei suoi popoli...
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
Commenti
Posta un commento