Mi dispiace per il giornalista morto in Ucraina, ma non ho mai capito cosa ci vadano a fare i giornalisti in un teatro di guerra. Da sempre i giornalisti hanno l'obiettivo di filtrare la realtà attraverso il loro modo di vedere e, soprattutto, in base alla vendibilità dei loro articoli a seconda della sensibilità del loro pubblico. La retorica oscillante tra l'iperbolico e lo strappalacrime di cui grondano i loro "pezzi" lo dimostra ampiamente. Solo gli ingenui possono credere all'oggettività e all'imparzialità dei giornalisti, che si fanno passare per eroi e martiri che rischiano e muoiono per "informarci", ma in realtà rischiano e muoiono inseguendo fama e fortuna. Non sono militari. Nessuno di noi li ha arruolati e spediti in quei posti loro malgrado. Solo osservatóri inviati dalle Nazioni Unite e scelti in nazioni geograficamente e politicamente lontane dai Paesi in guerra potrebbero fornire qualche parvenza di obiettività. È di quegli osservatóri che abbiamo bisogno, non dei giornalisti.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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