Lettera aperta a una paziente vittima del “burnout”. Lo so, ormai la dotazione di entusiasmo con cui si parte nelle professioni “sociali” è destinata a esaurirsi, a “bruciarsi”, col passare del tempo e con l’accumularsi delle delusioni. Di solito però ci vogliono più degli undici anni che tu hai trascorso dietro la cattedra. Undici anni possono essere tanti, ma non sono nulla rispetto ai quarant’anni di insegnamento dopo i quali una volta i professori andavano in pensione recalcitranti, pieni di nostalgia per il loro lavoro. Già: “burnout” non è solo un anglicismo, ma è anche un neologismo. Credo infatti che questo termine sia stato usato per la prima volta nel 1974 in un articolo, “Staff Burnout”, dallo psicologo americano Herbert Freudenberger. Ultimamente purtroppo il tempo necessario per la consunzione delle forze nervose e dell’entusiasmo in certe professioni è andato riducendosi sempre più. Nel tuo caso poi, nel caso di chi insegna, a succhiare le energie del prestatore d’opera non sono solo i “clienti finali”, cioè gli studenti con le loro famiglie, ma anche gli “intermediari”, vale a dire lo Stato con le sue leggi e le sue circolari, e tutto l’apparato burocratico.
Se ti dico che ti capisco, crédimi. Queste cose non le ho solo lette nei libri o nelle riviste specializzate. Per quanto ti possa sembrare insolito, sono stato insegnante anch’io, sia pure molti anni fa, quando le cose stavano già peggiorando (anche se non erano ancora ai livelli paurosi di oggi). Tra l’altro, di quel periodo mi perseguita un ricordo quanto mai sgradevole e che testimonia appunto dell’inizio di quella fase discendente della scuola italiana che ancora non sembra essersi conclusa. Benché avessi vinto il posto di insegnante di Anatomia, fisiologia, patologia e igiene con un concorso che mi aveva dato anche l’abilitazione, per passare “di ruolo” era necessario frequentare dei “corsi abilitanti”: meraviglia anche questa della scuola italiana, che non si vergogna delle proprie incoerenze e contraddizioni. Non sto a raccontarti i salti mortali che ho dovuto fare per conciliare la frequenza a quei corsi con le ore di insegnamento e con le ore da dedicare alla mia professione di medico. In fondo queste ultime erano fatti miei ed era già tanto che mi era stato permesso di continuare con la mia professione: avevo voluto la bicicletta e non mi restava che pedalare. Poi, anche se irrimediabilmente noiosi, quei corsi mi davano modo di fraternizzare con i colleghi, molti dei quali ricordo ancora con grande simpatia. Uno di quei corsi però non fu solo noioso. Fu aberrante. Lo teneva una preside di una scuola superiore della Brianza. All’inizio disse le solite quattro scemenze a cui credo che nessuno dell’uditorio abbia fatto caso. Ad un certo punto però si produsse in un’accorata declamazione di quale dovesse essere l’obiettivo dell’insegnamento in una scuola superiore. No, l’obiettivo non doveva essere la trasmissione del sapere. L’obiettivo doveva essere insegnare agli allievi a “socializzare”. La scuola (e si riferiva proprio alla scuola superiore, non alla scuola materna) doveva insegnare agli allievi a stare insieme. A stare insieme ordinati e composti come si usava fino ai primi anni Sessanta? No, anzi. Quello era un modello reazionario, superato, inadatto alla società moderna.
Nel sentire quella preside dire simili stupidaggini, avevo creduto che si trattasse di un caso clinico. Feci qualche commento salace con i colleghi, e tutto sembrò finire lì. Nei quattro anni seguenti in cui rimasi a insegnare prima di gettare la spugna, la tendenza della scuola però si dimostrò essere in discesa, anzi in picchiata. Quella preside non era un caso clinico. Era la personificazione più autentica della scuola italiana. Ciò nonostante, vale a dire nonostante il livellamento al basso della scuola, l’abbandono scolastico continua a rappresentare un problema. Anzi, a giudicare da come ministri, sottosegretari, “esperti” e pedagoghi vari si strappano le vesti e, chi ce li ha, i capelli, più che un problema sembra essere un’immane tragedia. A me, ex sessantottino, vengono in mente i vari Paul Goodman, John Holt o Ivan Illich con la loro critica all’istituzione scolastica, giudicata a seconda dei casi come parcheggio di una gioventù che altrimenti rovinerebbe le statistiche dell’occupazione o come servizio volutamente inefficiente per illudere il proletariato e la piccola borghesia e permettere ai figli dell’alta borghesia di installarsi senza competizione nei posti dei loro genitori. E allora mi chiedo se l’abbandono scolastico sia davvero una tragedia o non piuttosto una speranza: la speranza che qualcuno capisca e si sottragga all’inganno.
Ma veniamo a noi, al tuo “burnout”. Stante la situazione com’è, per non essere al lumicino dovresti essere stupida, ma di una stupidità monumentale. La felicità in questo mondo è degli stupidi, soprattutto quando si ha a che fare con istituzioni marcescenti. È normale che tu ti senta scoppiata, per cui è inutile che tu mi chieda un consiglio sulla scelta di uno psichiatra. Non è di psicoterapia che hai bisogno, e men che meno di farmaci antidepressivi. Hai semplicemente bisogno di capire cos’è l’insegnamento. È una professione, cara mia. E sarò anche più preciso: è una “libera professione”, come quella del medico o dell’avvocato. Oggi, esigenze economiche a parte, ognuno ha il diritto di scegliere il medico che gli ispira più fiducia, ed è giusto che sia così. Però nessuno, neppure scegliendo una scuola privata invece di una scuola pubblica, può scegliere l’insegnante per sè o per i suoi figli. Perchè? Ecco, non è giusto, ma purtroppo è così. Però, se alcuni dei tuoi allievi sono stati obbligati a venire nella tua classe, ma loro non ti avrebbero scelta (non avrebbero scelto te, oppure non avrebbero scelto quella materia, o non avrebbero scelto quella scuola: comunque sia, il concetto non cambia), non ti sembra per lo meno “normale” che quei poveri ragazzi e quelle povere ragazze pensino ad altro e facciano altro mentre tu tieni la tua lezione? Ovviamente, se non avranno appreso nulla, a fine anno non potrai dire che conoscono la tua materia, ma a questo punto cerca di fare un po’ attenzione: la tua professione è quella dell’insegnante, non quella dell’esaminatore. La scuola fa confusione fra i due ruoli? Ma che la scuola viva felice e si crogioli in quella confusione! Fatti suoi... Oggi non si può più bocciare nessuno, o quasi? E tu non bocciare quei poveri ragazzi e quelle povere ragazze. Promuovili, e se qualcuno deve essere bocciato “per dare un’immagine di serietà alla scuola”, lascia che a farlo siano i più cretini fra i tuoi colleghi. Quello che “in scienza e coscienza” devi fare è non mentire a quei tuoi allievi e alle loro famiglie. Di’ loro la verità, che quella materia non l’hanno imparata e che se dovessero averne bisogno, adesso o in futuro, dovranno riprenderla da soli o con qualche insegnante (e se non ne avranno bisogno, tanti saluti e figli maschi). Ma in ogni caso promuovili, perché questo è quello che vuole la scuola: teste di legno con un pezzo di carta in mano, e non sarai certo tu a cambiare la scuola. Se avrai dato modo a quei ragazzi e a quelle ragazze di “stare insieme” a scuola, avrai fatto felice quella preside sciagurata di cui ti ho parlato, e anche il Ministro dell’Istruzione che non vuole che l’ISTAT conteggi quei ragazzi e quelle ragazze fra i disoccupati. Cerca di capirlo: un conto è “dire” la verità per dovuta informazione, e un conto ben diverso è supplire gratis alla mancanza istituzionale di un servizio indipendente di valutazione oggettiva (o anche alla mancanza di disciplina e motivazione da parte degli studenti e alla mancanza di strumenti “repressivi”,oh che brutta parola!, da parte dell’istituzione scolastica). Detto in altre parole, “va’ giù piatta” e non fare la don Chisciotte. Piuttosto, probabilmente nella tua classe ci saranno alcuni allievi che dimostreranno di essere interessati alle tue lezioni. Ecco, non lasciarteli scappare. Fa’ lezione per loro. Se necessario perché in classe c’è troppa confusione e non riescono a seguirti, dedica loro un po’ del tuo tempo fuori orario. Si chiama “libertà”, questa cosa: libertà di apprendere, libertà di non voler apprendere, e libertà di insegnare. Soprattutto, se non vuoi morire di depressione, non farti prendere in giro da chi furbescamente ti dice che il tuo dovere di insegnante è quello di incuriosire i tuoi allievi, di escogitare motivazioni affinché loro stiano attenti e studino. “L’attimo fuggente” è un film, ragazza mia, un film, un film, un film... Sveglia!
Commenti
Posta un commento