Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922, Roma 2 novembre 1975). Poeta, scrittore, sceneggiatore, e regista, è stato un intellettuale neorealista, “impegnato” (come si diceva allora), tra i meno allineati e più scomodi. Forse per questo i media e la cultura si sono limitati a un ricordo pro-forma, senza un minimo accenno ad un’esegesi del suo pensiero. Ciò che ne fa un personaggio da menzionare solo di sfuggita è la diagnosi che aveva fatto fin dagli anni Settanta del secolo scorso a proposito del ruolo della televisione come mezzo con cui il Potere stava iniziando a distruggere il tessuto sociale del Paese. Riporto un estratto da un suo articolo del 1973.

“Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre...” (Corriere della Sera, 9 dicembre 1973).

 

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