La recente epidemia di COVID-19 ci ha fatto scoprire che in
Italia non si producevano mascherine e che, sia per uso ospedaliero che per l’uso
nell’industria, le importavamo tutte dall’estero. Adesso la guerra tra Russia e
Ucraina ci fa scoprire che per l’energia dipendiamo in misura sproporzionata
dall’estero e ci viene detto che la colpa è degli ambientalisti. Per una volta,
sono d’accordo (anche se solo sulla diagnosi) con il mainstream. Per qualche
tempo, tanti anni fa, ero stato affascinato dal movimento ambientalista, salvo
poi tirarmene fuori schifato. Essere ambientalisti non vuol dire essere “NIMBY”
(“Non In May Back Yard”: non nel mio giardino). Vuol dire fare a meno di ciò
che inquina il Pianeta, e non fruirne invece spensieramente “basta che non
inquini dove abito io”. È un po’ il discorso delle auto elettriche, che forse
non inquinano dove vengono usate ma inquinano, e pesantemente, dove l’energia
elettrica viene prodotta. Personalmente non comprerò mai un’auto elettrica fino
a quando “tutta” l’energia elettrica immessa in rete non proverrà da fonti non
inquinanti.
Se in Italia abbiamo rinunciato a estrarre il metano e ad estrarre e utilizzare
il poco carbone rimasto, e se abbiamo chiuso le centrali nucleari perchè non
vogliamo una Chernobyl “nel nostro giardino” e non vogliamo stoccare scorie
radioattive sempre “nel nostro giardino”, abbiamo fatto benissimo. Solo che per
coerenza avremmo dovuto e dovremmo rinunciare a comprare all’estero e a
utlizzare energia prodotta bruciando metano o carbone o facendo funzionare
centrali nucleari. Questo implica dover condurre una vita più semplice e meno
comoda? Certo: e allora? Questo significa dover tornare all’obiettivo della
crescita demografica zero o addirittura negativa? Certo: e allora? Aut, aut. Se
vogliamo essere coerenti, non ci sono alternative. La mia guida rimane “Small
is Beautiful”, il saggio pubblicato nel 1973 da Ernst Friedrich Schumacher, che consiglio a
tutti di leggere, invece di prodursi in patetici equilibrismi.
Ma lo stesso vale per la produzione agricola. Oggi dipendiamo dall’estero per
quasi tutto quello di cui abbiamo bisogno, avendo ridotto la nostra produzione
a roba “di nicchia”, che secondo la propaganda di regime tutti ci invidiano e
fanno a botte per comprare, ma che in realtà è in gran parte solo la
distillazione del superfluo e dell’inutile. Non si tratta a questo proposito di
ripiegare su un’economia di guerra, come piace proporre agli psicopatici mesmerizzati
dalla prospettiva di vivere finalmente anche noi in uno dei film tragici ed eroici
visti in tivù. Si tratta di capire che qualsiasi comunità, piccola o grande,
non ha diritto ad uno sviluppo demografico e tecnologico superiore a quello
permesso dalla sua produzione di cibo, perché derogare da questo principio vuol
dire necessariamente che qualcuno da qualche parte nel mondo deve essere
schiavizzato per la produzione di quel cibo.
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