Che piaccia o no, i principi morali che guidano la società laica occidentale sono tuttora impregnati della morale cristiana, anche se va precisato che quella che viene chiamata “morale cristiana” è in realtà, fin dai tempi dell’imperatore Costantino I, un adattamento sincretico del Cristianesimo originale alle esigenze del potere statale. Non è quindi così paradossale che precetti di “carità cristiana” vengano predicati non solo dalla Chiesa, ma anche dal mondo laico. Bisogna però vedere se questi precetti sono veramente “religiosi”.
Nell’ultimo mezzo secolo, questi precetti sono stati sempre
più pressantemente individuati nell’altruismo, nell’inclusione, e nell’accoglienza:
in altre parole in comportamenti e atteggiamenti che col Cristianesimo
originario, religioso e senza pretese di commistioni con gli interessi dello
Stato, hanno poco a che fare. Cerco di spiegare.
Può darsi che non sia filologicamente preciso l’uso del vocabolo “proximus-prossimo”
nella traduzione della parabola del Buon Samaritano narrata da Luca, o per
indicare chi dobbiamo amare come noi stessi nel comandamento riportato da
Matteo, Marco e Luca, ma sta di fatto che questa è la traduzione usata
ininterrottamente da quasi duemila anni. E la parola significa senza possibilità
di equivoco “il più vicino”, non qualcuno scelto dal soggetto o indicato da
terzi. E amare “il più vicino” è un fatto personale, senza le implicazioni
sociologiche e quindi politiche che ha invece amare una persona a scelta o una
persona suggerita o imposta da terzi (in pratica dal potere religioso o
politico).
Da anni ormai il potere politico, con il supporto del potere religioso, impone ai sudditi di “amare” (in pratica di essere generosi, di tollerare e di accogliere) persone che non sono loro affatto “prossime” (“neighbour”, nella traduzione inglese dei Vangeli), ma che è per qualche motivo interesse del potere privilegiare. Siamo insomma di fronte all’ennesima ripetizione della politica costantinea: adulterandola, piegare una religione agli interessi dell’impero.
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