Anch’io sono, almeno in parte, figlio di emigranti. Il mio nonno materno, “scarriolante” sugli argini del Polesine, fu costretto ad emigrare in Francia, un po’ perché il lavoro scarseggiava e un po’ perché i suoi fratelli avevano avuto guai col regime dell’epoca. Dalla Francia riuscì poi a rientrare, ma non per tornare alla sua natia Ostellato. Alcuni amici gli avevano trovato lavoro a Lecco, a spalare carbone davanti a un fornace in un impianto per la produzione del gas di città, un lavoro che in poco tempo gli sarebbe stato fatale (morì a quarantadue anni). Quando mia nonna riuscì a raggiungerlo a Lecco con le loro due bambine, l’unica sistemazione che trovò fu una stanza col pavimento in terra battuta in uno scantinato. Con la schiena già rovinata dal lavoro di mondina che aveva fatto nelle risaie della Bassa, mia nonna andò prima “a servizio” da famiglie della media borghesia locale, e poi trovò un posto come operaia a caricare e scaricare casse di cartucce in una fabbrica di munizioni.

Spero quindi che mi si vorrà perdonare se arriccio un po’ il naso quando sento certi discorsi grondanti pietismo a proposito dei migranti che accogliamo ormai da una trentina d’anni con la motivazione che “siamo stati tutti migranti”. Tutti chi? Anche i figli e i nipoti delle famiglie che benevolmente diedero lavoro a mia nonna? Certo che, se andiamo indietro abbastanza nel tempo, siamo stati tutti migranti. Basta risalire alle migrazioni indoeuropee iniziate nel 2000 a.C., e lì non ci sono più dubbi. Quello che fa la differenza è dove, quando, come e perché si è stati migranti. I migranti che vengono attualmente in Italia meritano assolutamente compassione, ma solo per il criminale inganno di cui sono stati vittime. Ma anche a questo proposito bisogna fare delle distinzioni. In molti casi l’inganno è stato quello di far loro credere che qui avrebbero trovato un lavoro dignitoso (che significa un lavoro di cui c’è veramente bisogno, pagato il giusto), cosa che non sempre è risultata vera. In altri casi però l’inganno è stato quello di far loro credere che l’Italia è il Paese di Bengodi, dove tutto è bello, tutto è facile, tutto è gratis: e allora la compassione viene meno.

La visione romantica del migrante senza lavoro che lascia il paese e la famiglia per trovare lavoro in terre lontane, si sobbarca a enormi sacrifici, e torna una volta all’anno dalla moglie e dai figli con la valigia di cartone piena di piccoli regali semplici e di poco prezzo può risultare commovente, ma per trovarla corrispondente alla realtà bisogna tornare alla prima metà del Novecento e rimanere nell’ambito italiano o europeo. E lo stesso vale per la famiglia che abbandona al completo i luoghi dove è nata e inzia una nuova vita altrove, portandosi dietro tanti ricordi e tradizioni, ma rassegnata ad adottare la cultura e le abitudini di chi le dà lavoro e da mangiare. È successo, ma erano altri tempi. Oggi non succede più. All’interno dell’Occidente, cultura e abitudini sono ormai più o meno le stesse e chi emigra in questo ambito lo fa per inseguire con più probabilità di successo l’imperativo consumista. Tutto quello che deve cambiare è la lingua. E chi viene in Occidente da fuori è quasi sempre indisponibile ad adeguare cultura ed abitudini. Insegue anche lui il sogno consumista, con l’aggravante di volerlo ottenere conservando la cultura e le abitudini del suo Paese. Commovétevi pure, ma non aspettàtevi che si inumidiscano gli occhi anche a me.

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