Da sempre uno Stato si dota di
Forze Armate per impedire di essere invaso o per invadere territori di altri
Stati. Dalla fondazione della Repubblica, l’Italia ha finalmente escluso la
seconda funzione, ma non dimentichiamo che in realtà il Regno d’Italia e il suo
predecessore Regno di Sardegna non hanno mai utilizzato le Forze Armate per
impedire di essere invasi. Le hanno sempre utilizzate piuttosto per invadere
territori di altri Stati. Oggi, come detto, la funzione ufficiale delle nostre
Forze Armate dovrebbe quindi essere solo quella di difenderci da possibili
invasioni. Possibili sì, forse, ma quanto “probabili”? In realtà l’unica
invasione che abbiamo subito negli ultimi trent’anni e che stiamo tuttora
subendo è quella dell’immigrazione clandestina, ma contro questa invasione, per
la quale le fonti ufficiali si ostinano a negare che sia lecito usare questo
termine, le nostre Forze Armate non fanno nulla. Anzi, volendo essere pignoli,
l’aiutano con le navi della Marina Militare e della Guardia Costiera.
È dalla nascita della nostra Repubblica pacifista che il “complesso
industrial-militare” (per usare un termine purtroppo caduto in disuso ma tuttora
perfettamente idoneo) cerca motivazioni per sopravvivere. Ad un certo punto si
era arrivati persino a giustificare la produzione di mine anti-uomo con la
necessità di non far perdere il lavoro agli addetti di quell’industria, e la
stessa giustificazione continua ad essere usata per mantenere in piedi la nostra
produzione di armi da guerra. Continuiamo a perdere posti di lavoro un po’ in
tutti gli altri settori, ma ai nostri Governi e alla stessa opinione pubblica
importa poco. L’unico settore in cui diversificazione, ricollocamento e cassa
integrazione non si possono nominare è l’industria bellica. E poi ci sono le
vetrine ambulanti di gradi, medaglie, e nastrini multicolori che devono
continuare a far bella mostra di sè nelle cerimonie ufficiali e che non possono
essere collocate in pensione. In realtà moltissimi ufficiali avrebbero mantenuto
ancora la loro utilità, se non avessimo abolito la leva obbligatoria, quella
leva che non solo era un’occasione imperdibile di educazione civica delle nuove
generazioni, ma che creava anche quella base vasta e diffusa di abilità alle
armi che poteva forse ancora giustificare un Esercito di “difesa”. Ma tant’è:
abbiamo (“hanno”) deciso per Forze Armate fatte solo di professionisti che
possono essere spediti in “missioni di pace” senza che le loro mamme sfilino piangendo
per le strade in protesta. Chi voglia sapere a cosa servono quelle “missioni di
pace” non ha che da chiedere di visionare i fatturati dell’industria bellica.
Servono a quello.
Naturalmente poi ci sono i “patti”: in particolare il Patto Atlantico, la NATO,
che ci impegna a spendere almeno il 2% del PIL in spese militari. Dato che
siamo Italiani, abbiamo il permesso di spendere un po’ meno (permesso che
adesso sembra che ci vogliano revocare), ma non abbiamo il permesso di
discutere gli ordini del capo (che è il capo delle Forze Armate degli Stati
Uniti, attualmente uno che il militare non l’ha nemmeno fatto, ma che
probabilmente da bambino giocava ai soldatini e non ha ancora smesso). Ora,
anche se non si chiama così, la NATO è pur sempre un patto di “mutuo soccorso”,
vale a dire impegna tutti gli Stati che ne fanno parte a intervenire in difesa
di uno Stato membro che sia minacciato di invasione. Il “mutuo soccorso” però
presuppone che tutti i membri del patto abbiano all’incirca la stessa
probabilità di trovarsi in guerra. Quello che càpita col tempo, che non è
prevedibile ed è dovuto al caso, è appunto quello che è oggetto del patto. Se
però uno dei membri ha una particolare predisposizione a mettersi nei guai o
addirittura a cercarli, e più ancora se le guerre le fa per sue proprie
considerazioni strategiche e non perché aggredito, le opzioni possibili sono
solo due: o quello Stato membro viene buttato fuori, oppure il patto si
scioglie. Assecondare quello Stato membro nelle sue fisime è da coglioni (non
scandalizzi l’uso del termine, dato che è usatissimo proprio nel gergo militare).
Gli accadimenti degli ultimi vent’anni avrebbero dovuto indurre i nostri
governanti a denunciare il patto. Non solo la nostra probabilità di avere una
guerra sul nostro territorio è bassa ed è praticamente tutta legata alla
presenza sul nostro territorio di installazioni volute e rifornite non da noi
ma da uno dei membri del patto, ma abbiamo anche dovuto usare i nostri uomini e
i nostri mezzi in “missioni” in terra straniera volute da quel membro. E,
ciliegina sulla torta, la nuovissima bella pensata di quel membro sta ora
costando carissima alla nostra economia già martoriata da una crisi insanabile,
oltre a costare vite umane e distruzioni incalcolabili a uno Stato non membro
del patto il cui capo era stato illuso di poter entrare nel patto stesso.
Errare humanum est, perseverare autem diabolicum!
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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