Cercando di mettere ordine tra i miei vecchi libri (impresa destinata al fallimento) ho scovato un piccolo saggio intitolato "The Negro in American Culture", che sarà anche stato pubblicato nel 1956, ma che io avevo comprato a metà anni '60, quando ancora negli Stati Uniti divampava la lotta per i diritti di quelli che oggi siamo obbligati a chiamare "afro-americani". E in quegli anni c'era ancora una differenza fra la parola usata in questo titolo e il termine offensivo con la doppia "g" che nel 1946 aveva indotto Martin Luther King a rifiutare un lavoro all'Atlanta Railway Express Company dopo essere stato apostrofato in quel modo. Ma l'ignoranza e la stupidità della gente, straripate dagli USA all'Italia, hanno finito col dettare l'equivalenza fra le due parole, obbligando tutti, di qui e di là dell'Atlantico, ad acrobazie linguistiche per rimanere politicamente corretti.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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