Sento di tanti dirigenti d'azienda preoccupati per la perdita delle esportazioni verso la Russia, tutti intenti a cercare altri sbocchi per un certo "made in Italy". Se però, invece di produrre minchiate per i mercati esteri e ricevere quattro soldi con cui comprare all'estero le cose veramente necessarie, ci dedicassimo a produrre in Italia per gli Italiani le cose che servono agli Italiani, non sarebbe meglio? Non mi sembra che questo gioco di import-export sia poi così conveniente, se guardiamo la bilancia dei pagamenti e il debito pubblico che abbiamo accumulato. È un gioco che a certi imprenditori permette di fare la bella vita, ma per il Paese è solo una solenne fregatura.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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