I governi europei ed americano presentano come eroe un capo di stato che per preservare l’integrità terrioriale del suo Paese ne sta provocando la distruzione, oltre a provocare decine di miglia di morti e di feriti fra il suo popolo. Indubbiamente ci possono essere tantissimi cittadini di uno stato che, convinti dalla propaganda nazionalistica, sono disposti a qualsiasi sacrificio e a qualsiasi lutto per preservare l’integrità territoriale del loro Paese, ma non dimentichiamo che quei sacrifici e quei lutti non verranno poi sopportati solo da quei cittadini, ma dovranno essere sopportati anche da quei loro concittadini per i quali l’integrità territoriale non vale alcun sacrificio. Ed è inutile nascondersi che addirittura ci sono sicuramente vasti stradi della popolazione per i quali appartenere allo stato cui appartengono o ad uno stato diverso è la stessa cosa, per i quali che il capo dello stato sia un connazionale o uno straniero non importa nulla, e per i quali essere obbligati a parlare un’altra lingua è solo il minore dei mali se l’alternativa è una guerra. Fare una guerra perché il proprio Paese non perda un pezzo di terra è la stessa cosa che fare una guerra perché il capo dello stato possa continuare a comandare anche su quel pezzo di terra. In sostanza, siamo tornati ai tempi in cui si combatteva perché il re e la sua famiglia non perdessero territori di cui erano proprietari. I confini fra gli stati non hanno più senso dei confini fra le regioni o le città. Sono solo delimitazioni fissate anche più arbitrariamente da politici ignoranti e irresponsabili o addirittura ubriachi riuniti a congresso dopo qualche stupida guerra. È pericolosamente assurdo intestardirsi a conservarli perennemente immutabili per non urtare la sensibiltà e l’orgoglio di gente affetta da disturbi della personalità o problemi caratteriali.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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