Quando vedo in televisione qualcuno degli “esperti” che si industriano a informarci sulle ultime novità in materia di epidemie, la prima reazione è di fastidio, ma poi mi tornano in mente gli anni della mia gioventù quando (si era ai primi anni Ottanta) facevo anch’io un po’ la stessa cosa. Non andavo in televisione, anche perché a quell’epoca la televisione non considerava ancora medicina e salute argomenti che potessero fare audience. Ho tenuto però per qualche tempo rubriche di novità dal mondo della medicina per due rotocalchi, uno della RCS (“Salve”) e uno della Mondadori (“Starbene”). In sostanza si trattava di spigolare notizie, meglio se curiose o “preoccupanti”, dalla letteratura medica, soprattutto anglosassone. La scelta era caduta su di me semplicemente perché conoscevo il direttore di una di quelle riviste (che ho seguito quando è passato all’altra) e perché a quei tempi ero uno dei pochi medici che conoscevano l’inglese. Giovane, desideroso di arrotondare le mie entrate, e anche un po’ irresponsabile e spregiudicato, non mi chiedevo che conseguenze avrebbe potuto avere la diffusione di certe “notizie” tra i lettori. D’altra parte, per fortuna, il numero di quei lettori era ancora limitato, e ciò impediva che si verificasse quell’effetto di psicosi collettiva che invece si verifica oggi, quando certe notizie allarmanti vengono date col mezzo televisivo da medici in càmice bianco presentati come autorevoli esperti.

Ora non voglio certo dire che una notizia debba essere censurata perché allarmante ma, come bisogna essere sicurissimi che ci sia un principio di incendio prima di gridare “Al fuoco!” nella sala affollata di un teatro, così bisogna essere sicurissimi che una malattia sia veramente grave e veramente capace di diffondersi velocemente, prima di parlarne da esperti in televisione. E bisogna anche essere sicuri di saperne parlare nei modi giusti, così che risulti utile e non pericoloso, a un pubblico vastissimo come quello televisivo, che include necessariamente anche un’alta proporzione di persone di scarsa cultura, scarse capacità di comprensione, scarse capacità logiche, e una discreta predisposizione all’ipocondria e all’isterismo. Ecco, per quanto detto fin qui, non posso essere io a scagliare la prima pietra contro chi oggi si macchia dello stesso peccato che a suo tempo ho commesso io ma, proprio perché conosco quel peccato, non posso nemmeno astenermi dal sottolineare che, se grazie alla situazione dell’epoca, la mia irresponsabilità non ha avuto conseguenze di qualche rilievo, la mania di protagonismo degli attuali “esperti” e il loro volersi atteggiare a depositari e divulgatori di importanti segreti sulla nostra salute ha oggi conseguenze enormi, amplificate tremendamente dal mezzo televisivo. In due anni di narrazioni sopra le righe, i danni che sono stati fatti sono incalcolabili e dovrebbero far riflettere chi ha la responsabilità della comunicazione sociale.

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