La confusione tra farmaci e vaccini è antecedente alla pandemia di COVD-19, ma non c’è dubbio che i poduttori dei “vaccini” a vettore virale e a RNA messaggero non hanno avuto scrupoli a trarne vantaggio.
Propriamente, “farmaco”, da greco ϕάρμακον, indica una sostanza naturale o sintetica che, somministrata ad un organismo vivente, altera alcune sue funzioni. Col tempo sono state chiamate “farmaci” anche sostanze, come ad esempio gli antibiotici, gli antivirali o gli antiparassitari, che non alterano le funzioni dell’organismo a cui sono somministrate, ma quelle dei microrganismi (batteri, virus o protozoi) che l’hanno infettato. In ogni caso si tratta di sostanze alle quali si dà il nome di “farmaci” perché alterano una funzione di un organismo vivente
Un “vaccino” invece non “altera” alcuna funzione di un organismo vivente, ma “sfrutta” senza alterarla una di quelle funzioni (quella immunitaria) per indurre la formazione di anticorpi contro il vaccino stesso, che possiede antigeni simili a quelli di microrganismi patogeni o di loro tossine che si vuole aggredire e neutralizzare con quegli anticorpi.
Per cogliere la differenza non è necessario né sufficiente essere medici. Serve la capacità e la voglia di riflettere. E questa capacità e voglia può mancare a chi non è medico ma, come hanno dimostrato i fatti, anche a molti medici.
Fatte queste premesse, è evidente che “vaccini” anti-covid-19 sono il CoronaVac della cinese Sinovac (contenente il virus SARS-CoV-e inattivato) o il Nuvaxovid dell’americana Novavax (contenente una delle proteine del virus, la proteina “spike”), tanto per fare due esempi. Ed è evidente che non sono “vaccini” i preparati a vettore virale GamCOVID-Vac (più noto come “ Sputnik-V”) della russa Gamaleya, il Vaxzevria dell’anglo-svedese AstraZeneca, e lo Janssen COVID-19 della multinazionale americana Johnson&Johnson; o i preparati a RNA messaggero Spikevax dell’americana Moderna e Comirnaty dell’americana Pfizer.
Perché i preparati a vettore virale o a RNA messaggero sono “farmaci” e non”vaccini”? Semplicemente perché non inducono la formazione di anticorpi contro sè stessi (e sarebbe comunque inutile, dato che non possiedono antigeni in comune con il virus SARS-CoV-2), ma interagiscono con le funzioni di sintesi proteica delle nostre cellule per indurle a produrre la proteina “spike” (quella che il vaccino Nuvaxovid fornisce invece già pronta). Per quale motivo la Gamaleya, l’AstraZeneca, la Johnson&Johnson, la Moderna e la Pfizer abbiano deciso di far produrre la proteina antigene “spike” alle nostre cellule invece di somministarla già pronta non si capisce: sarebbe come decidere di andare da Roma a Milano passando per Stoccolma. Piuttosto, più facile da capire è il motivo per cui questi preparati vengano chiamati “vaccini” invece che “farmaci”: per motivi commerciali, cioè per ottenerne l’inserimento, a livello di politica sanitaria e di percezione collettiva, nel lucroso settore della “prevenzione” della COVID-19. Chiamarli con il loro vero nome di “farmaci” avrebbe forse evitato di dispiacere ai “no-vax”, del resto percentualmente minoritari, ma sarebbe stata una inopportuna pignoleria che avrebbe disorientato la vasta platea maggioritaria di coloro ai quali era stata annunciata la sconfitta della pandemia “grazie ai vaccini”.
È però superfluo notare che, quando i governi decretano l’obbligatorietà della “vaccinazione” anti-covid includendo in tale obbligo preparati che in realtà non sono vaccini, ci si trova di fronte a quell’imprecisione che non è tollerabile nelle leggi e nei decreti e che quindi ne inficia la validità.
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