La crisi russo-ucraina ha stimolato poche riflessioni, e tutte inutili nella loro retorica banalità. È mancata, certamente per paura di giustificare l’aggressore ma forse anche per incapacità critica, la riflessione sul significato dei confini. Tanto per cominciare, sembra che nessuno ricordi o forse sappia che gli attuali confini tra gli stati della Terra e in particolare dell’Europa non sono nati con il distacco del nostro pianeta dal Sole e non sono stati stabiliti per rivelazione da qualche divinità, ma sono il risultato di guerre di conquista, di guerre di religione, di guerre ideologiche, o di altre guerre, e sono stati fissati da trattati stipulati da principi, re, imperatori, ministri e generali che probabilmente non avrebbero mai superato un test di normalità intellettuale e caratteriale per l’assunzione in un posto di cameriere.
Se oggi accettiamo i confini delle nostre “nazioni”, spesso addirittura con orgoglio e caparbia, è solo per ignoranza della storia, per inerzia e pigrizia intellettuale, e genericamente perché siamo stati sottoposti a un condizionamento nazionalistico di cui non riusciamo ad essere consapevoli.
Con questo non intendo certo spezzare una lancia a favore dei “no borders”, che considero gente irrazionale tanto quanto coloro che accettano gli attuali confini a scatola chiusa. Anzi, io ritengo che dei confini ci sia una ineludibile necessità, ma di ancor più confini di quelli attualmente esistenti, cioè di confini tra realtà territoriali più piccole, determinati da individualità geografiche, etniche e linguistiche più realistiche, e non imposte alla maniera dazegliana (“Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”). Sono gli stati costruiti su concetti di “nazione” gonfiati e artificiali che portano all’instabilità che a sua volta porta alle guerre.
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